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	<title>Discutere</title>
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	<description>Ritagli e riflessioni dalla stampa italiana</description>
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		<title>Discutere</title>
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		<title>Il tribunale di Calderoli</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 11:56:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Tribunali del popolo contro il governo” ha tuonato Calderoli, impegnato nel difficile tentativo di far dimenticare alle genti padane che proprio loro sono stati il servizio d’ordine di “Arcore ladrona”, con tutto il rispetto per i civili abitanti di quella località che, purtroppo, ospita il miglior amico suo e di Bossi. Quel “giustizialista” di Calderoli [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5561&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">“Tribunali del popolo contro il governo” ha tuonato Calderoli, impegnato nel difficile tentativo di far dimenticare alle genti padane che proprio loro sono stati il servizio d’ordine di “Arcore ladrona”, con tutto il rispetto per i civili abitanti di quella località che, purtroppo, ospita il miglior amico suo e di Bossi.</p>
<p align="justify">Quel “giustizialista” di Calderoli invoca ora il tribunale del popolo ma, sino a qualche giorno fa, ha fatto il palo a quelli che volevano scappare dai tribunali ordinari.</p>
<p align="justify">Come hanno votato le guardie padane quando Berlusconi e i suoi avvocati hanno sostenuto la tesi del povero vecchio costretto a chiamare in questura per salvare la nipote di Mubarak?</p>
<p align="justify">Dove stavano quando si votavano le norme ad personam e ad aziendam?</p>
<p align="justify">Chi ha sostenuto tutte le leggi bavaglio?</p>
<p align="justify">Chi ha salvato dalla galera i deputati inquisiti votando sempre e comunque con gli amici degli amici?</p>
<p align="justify">Non abbiamo una particolare simpatia per il governo Monti, ma il tentativo in atto di cancellare la memoria della strage di legalità dell’ultimo ventennio non deve essere sottovalutato, perché al banco di regia siedono sempre gli stessi protagonisti.</p>
<p align="justify">In ogni caso se davvero Calderoli e le guardie padane hanno intenzione di onorare i tribunali e la legge, basterà che diano il loro voto favorevole alla richiesta dei magistrati di poter procedere liberamente nei confronti dell’ex sottosegretario Cosentino, un fedelissimo di Berlusconi, più volte salvato proprio dal voto delle guardie padane in parlamento.</p>
<p align="justify">Dal momento che si tratta degli stessi giudici da tutti celebrati per gli arresti di Zagaria e di altri componenti del clan dei casalesi, non sarà facile spiegare neppure alle “genti del Nord” perché mai quei magistrati siano cattivi e inaffidabili solo quando sfiorano un politico, settentrionale o meridionale che sia.</p>
<p align="justify">In attesa dei tribunali del popolo, Calderoli e suoi potrebbero iniziare a rispettare i tribunali della repubblica.</p>
<p>&#160;</p>
<p><em><strong>(Beppe Giulietti, Il Fatto, 29-12-2011)       <br />© Il Fatto Quotidiano</strong></em></p>
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		<title>Il Pd contro Englaro e Bellocchio</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 11:42:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo 2011 si chiude con l&#8217;ennesima conferma di quello che un po&#8217; tutti pensano, magari anche di nascosto da se stessi. Il Pd è sì un grande partito, è sì moderno, ma soprattutto non è più di sinistra (sempre se mai lo fosse stato). Lasciando perdere per un attimo l&#8217;appoggio al governo di Mario Monti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5559&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Questo 2011 si chiude con l&#8217;ennesima conferma di quello che un po&#8217; tutti pensano, magari anche di nascosto da se stessi. Il Pd è sì un grande partito, è sì moderno, ma soprattutto non è più di sinistra (sempre se mai lo fosse stato). </p>
<p align="justify">Lasciando perdere per un attimo l&#8217;appoggio al governo di Mario Monti (che non è poco, ma è argomento ormai inflazionato), siccome sono le &#8220;piccole&#8221; cose che spiegano ben più delle grandi analisi, basta andarsi a rivedere quanto succede nel tanto decantato &#8220;Pd dei territori&#8221;.</p>
<p align="justify">In Friuli Venezia Giulia il partito di Bersani vota con Pdl, Udc, Fli (che poi cosa c&#8217;è da stupirsi? Governano già insieme l&#8217;Italia&#8230;) e anche con la cattivissima e anti-nazionale Lega Nord un ordine del giorno presentato dai cattolici di Casini che vietano alla regione di finanziare il film di Marco Bellocchio su Eluana Englaro. Non sia mai che questo bellissimo clima di &#8220;unità e coesione nazionale&#8221; venga disturbato da quelle noiosissime discussioni su libera scelta, testamento biologico e laicità. Meglio un bel bagno di ipocrisia perbenista e ovviamente &#8220;democratica&#8221;, facendo franella (in Toscana sta per &#8220;amoreggiare&#8221;) con i seguaci di quell&#8217;uomo (Berlusconi, chi sennò?) che ebbe il coraggio di dire che Eluana, da 17 anni su un letto in stato vegetativo, poteva addirittura procreare. Ecco, il Pd ha il fegato di votare con chi direttamente o meno pronunciava tali bestialità, che blasfeme lo sono davvero ma nei confronti della vita stessa.</p>
<p align="justify">Passiamo in Emilia Romagna, patria del glorioso socialismo municipale che mezza Europa invidiava all&#8217;Italia. Ora nessuno ce lo invidia più, anche perché di socialismo non c&#8217;è più neanche la minima traccia. Tanto per dire, laggiù il Pd ha appena votato l&#8217;aumento delle tariffe dell&#8217;acqua del 6%. Questo perché l&#8217;esito del referendum di giugno che diceva &#8220;no&#8221; alla privatizzazione dei servizi idrici è stato bellamente cestinato praticamente ovunque (salvo che a Napoli). L&#8217;acqua emiliana è rimasta in mano a un&#8217;azienda privata (la Hera) a partecipazione pubblica. E pretende di guadagnarci. </p>
<p align="justify">Chi se ne frega del voto dei cittadini di soli sei mesi fa. E chi se ne frega se lo stesso Pd, molto furbescamente, aveva messo il cappello su quella battaglia referendaria. La coerenza in politica, si sa, per D&#8217;Alema Veltroni e company è roba da mammolette. La cronaca di <em>Italia Oggi</em> raccontava di cittadini inferociti che dopo la riunione dei 32 sindaci e presidenti delle province locali li hanno accolti gridando &#8220;ladri, ladri, siete come Craxi&#8221; (uno giustamente si domanda: ma un cittadino, per essere rispettato nelle proprie scelte avvenute in democrazia come ad esempio un voto referendario dall&#8217;esito così chiaro e schiacciante, cosa deve fare?).</p>
<p align="justify">Le cose basta saperle. Nessuno si strappa le vesti se il Pd ha perso ogni legame ideale con il proprio passato. Da anni i raffinati ed arguti strateghi &#8220;riformisti&#8221; si lamentano di non avere in Italia un centrodestra moderno europeo e liberale. Non si erano accorti di avere la soluzione a portata di mano: il centrodestra sono loro.</p>
<p><strong><em>(Matteo Pucciarelli, MicroMega, 29-12-2011)<br />© MicroMega</em></strong></p>
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		<title>Addio a Giorgio Bocca, partigiano di verit&#224; giustizia e libert&#224;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 17:00:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giorgio Bocca è stato il più grande giornalista italiano del suo tempo. Ne ero già convinto quando lo conobbi la prima volta nel 1976, avevo consegnato il mio primo articolo per l’Espresso al direttore Livio Zanetti, che mi chiese se ero libero per cena, che lui si vedeva con Giorgio Bocca e potevo andare anche [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5556&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Giorgio Bocca è stato il più grande giornalista italiano del suo tempo. Ne ero già convinto quando lo conobbi la prima volta nel 1976, avevo consegnato il mio primo articolo per <em>l’Espresso</em> al direttore Livio Zanetti, che mi chiese se ero libero per cena, che lui si vedeva con Giorgio Bocca e potevo andare anche io. </p>
<p align="justify">E’ uno dei ricordi emozionanti della mia vita (per questo forse non ho dimenticato il nome del ristorante, “Il Foghèr”, non lontano dalla storica redazione di via Po), perché per me Bocca era IL giornalismo. </p>
<p align="justify">Col passare degli anni e dei decenni ho continuato a pensarla così: il più grande giornalista dell’Italia del dopoguerra. Odiato da tanti, tantissimi, che ora magari millanteranno forme di affetto “ruvide” e scriveranno finti elogi, facendo passare per faziosità simile alla loro l’impegno civile di Giorgio, la sua passione per le modeste “verità di fatto”. </p>
<p align="justify">E invece no. Bocca è stato partigiano, prima in montagna e poi sulla macchina da scrivere, come è stato nella Resistenza Albert Camus, editorialista a “Combat”: dalla parte della giustizia e della libertà, come endiadi inseparabile, e dunque anche delle “verità di fatto”, che sono trama e ordito del giornalismo degno di questo nome.</p>
<p align="justify">Bocca aveva i suoi difetti, che ammetteva e perfino esagerava (ad esempio la venalità, su cui ironizzava, benché avesse generosità sconosciute a molti altri, meno scrittori di lui, pronti a invocare l’avidità del proprio “agente”). </p>
<p align="justify">Gli dobbiamo la lucidità nella cronaca, la fulminante precisione delle domande in interviste che hanno fatto epoca, e la capacità di dissenso contro quasi tutti i conformismi che hanno avvelenato il Paese. Nel giornalismo dovrebbe essere la normalità, è stato invece un caso eccezionale. </p>
<p align="justify">Per denigrarlo si è arrivati a dire: “prima fascista poi antifascista”, come se un giovane cresciuto nel fascismo, e che poco più che ventenne rompe con l’unica ideologia che impregna l’orizzonte, e sceglie la montagna e il rischio della vita dalla parte della libertà, sia testimonianza di ambiguità anziché di radicalità e coerenza nelle supreme decisioni morali.</p>
<p align="justify">La verità è che Giorgio Bocca è sempre stato detestato dai più, quelli che hanno accesso ai media, intendiamo, quelli corrivi con l’establishment, la gente di potere e d’ipocrisia che sempre più saldamente sta soffocando l’Italia. Le anime vili, le anime della “morta gora”, che si vanno moltiplicando tra tanti suoi “colleghi” che invecchiano malamente, e che ora gli concederanno qualche riconoscimento “peloso” solo perché la sua voce che non si piega e la sua critica senza compromessi non potranno risuonare più.</p>
<p align="justify">Dieci, cento, mille Giorgio Bocca, e il giornalismo sarebbe giornalismo, e l’Italia sarebbe un paese finalmente civile di giustizia e libertà. Sarebbe un’altra Italia, quella che il suo comandante Duccio Galimberti e i suoi compagni della “Repubblica partigiana” speravano di contribuire a far nascere, anche a costo della vita. Speranze che i padroni del denaro, della disinformazione e della fede hanno calpestato e calpestano, instancabilmente. </p>
<p align="justify">Ad alcuni – comunque troppo pochi – Giorgio Bocca mancherà davvero.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p><strong><em>(Paolo Flores D’Arcais, MicroMega, 26-12-2011)       <br />© MicroMega</em></strong></p>
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		<title>Reddito minimo, un po&#8217; di chiarezza</title>
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		<description><![CDATA[Da qualche tempo nel dibattito politico italiano ha fatto il suo ingresso il reddito minimo garantito. Ma la confusione regna sovrana, anche tra i giornalisti e gli ‘addetti ai lavori’. Fiat lux: anche in Italia si è scoperto il reddito minimo garantito. Però, non c&#8217;è un articolo, dei tanti che mi è capitato di leggere [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5554&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><em>Da qualche tempo nel dibattito politico italiano ha fatto il suo ingresso il reddito minimo garantito. Ma la confusione regna sovrana, anche tra i giornalisti e gli ‘addetti ai lavori’.</em></strong></p>
<p align="justify"><em>Fiat lux</em>: anche in Italia si è scoperto il reddito minimo garantito. Però, non c&#8217;è un articolo, dei tanti che mi è capitato di leggere sui giornali, che riporti fedelmente la realtà. Certo, bisogna colmare un vuoto d&#8217;informazione decennale, e non è semplice. Un vuoto che sarebbe un errore ritenere marginale. Ma per rendersene conto, più che frequentare la sezione di partito o prepararsi un curriculum da intellettuale impegnato laureato, bisognerebbe aver lavorato come lavapiatti a Bristol, a Berlino, aver mandato i figli negli asili della Ruhr o di Lione, aver conosciuto qualche operaio della Volkswagen, o qualche madre disoccupata tedesca, sola con figli, che mensilmente, sommando i vari sussidi, può contare su un reddito di quasi 2000 euro più una casa adeguata. </p>
<p align="justify">Diciamo subito una cosa: il reddito minimo garantito non è, come tutti scrivono, &quot;a tempo&quot; in Europa. Si confonde, forse, l&#8217;indennità di disoccupazione (generalmente è un&#8217;assicurazione su base contributiva) e il reddito minimo che è finanziato dalla fiscalità generale e al quale hanno accesso tutti, sia quelli che hanno perso un lavoro, sia quelli che non lo hanno ancora trovato. Quest&#8217;ultimo sussidio non ha un limite di tempo.</p>
<p align="justify">Questa confusione però è strana perché, se si tratta della durata, nei giornali si prende ad esempio di reddito minimo europeo l&#8217;indennità di disoccupazione (che è limitata), mentre per la consistenza economica (più povera), si prende ad esempio il reddito minimo (che però non ha un limite). </p>
<p align="justify">Forse la realtà è così incredibile in Italia da produrre una sorta di inganno cognitivo.</p>
<p align="justify">Comunque, la ministra Fornero sembra avere le idee chiare sul tema, visto che nota come proprio i paesi che non hanno una forma di reddito minimo garantito sono quelli maggiormente in crisi. Non è infatti assolutamente un caso che sia così. Purtroppo mi pare però che le resistenze politiche che la Fornero incontra sull&#8217;introduzione del reddito minimo garantito siano molte. Del resto, non si spiegherebbe il silenzio totale del passato. Per diverse ragioni, destra, sinistra e sindacati non amano il reddito minimo garantito. </p>
<p align="justify">Ci sono dunque tutte le premesse perché alla fine si arrivi a una legge inutile e mediocre. Tanto più che neanche gli studiosi cercano di diradare la confusione. Al contrario, in modo ecumenico, la accrescono.</p>
<p align="justify">Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, nel loro intervento sul <em>Corriere</em>, <em>Dieci proposte (a costo zero)</em> ecc. proponevano di “sostituire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla <em>flex security </em>dei Paesi nordici”. Però la dicitura “paesi nordici” è troppo vaga. Il lettore potrebbe essere indotto a credere che si proponga il massimo della protezione sociale nord-europea, addirittura scandinava, mentre in realtà non è così. Nell’“Europa del Nord”, tolta (in parte) la Danimarca, i sussidi di disoccupazione non sono temporanei. Del resto, a questa verità si arriverebbe facilmente riflettendo su quello che ripetono da anni i leader politici europei. A sentire i Cameron, ma anche gli Schröder, parrebbe che il problema principale delle economie dei “paesi nordici” sia quello di far lavorare le persone, strappandole ai loro comodi sussidi di disoccupazione. </p>
<p align="justify">Se i sussidi fossero temporanei, non si capirebbe una parola (e infatti non si capisce una parola) della riforma di Cameron in Gran Bretagna (e delle relative proteste di piazza). Questa riforma non si propone certo di limitare la durata, ma di rendere la qualifica professionale un criterio meno stretto per rifiutare un lavoro proposto degli uffici di collocamento. Se, invece, per “paesi nordici” s’intende la sola, e, peraltro piccola, Danimarca, allora bisognerebbe anche aggiungere che in Danimarca è davvero difficile non trovare un lavoro. In un paese nel quale persino gli scrittori, o quasi tali, sono sovvenzionati, dove i traduttori guadagnano dieci volte quanto guadagna un traduttore italiano, lavorare ha un significato diverso da quello usuale. Insomma, un altro mondo. </p>
<p align="justify">Luciano Gallino nel suo <em>Finanzcapitalismo </em>scrive che i &quot;lavoratori poveri&quot; (secondo la definizione dell&#8217;Ocse) sono molti meno in Francia rispetto ad altri paesi europei solo &quot;grazie al reddito minimo (ridenominato dal 2009 <em>Revenu de solidarité active</em>) che viene erogato a soggetti inoccupati, disoccupati privi di altre fonti di reddito e occupati a basso salario”. </p>
<p align="justify">Solo in Francia esiste dunque il reddito minimo? È solo per questa peculiarità francese che i lavoratori poveri sarebbero largamente meno numerosi che in Gran Bretagna o in Germania? In realtà, la Francia è stata l’<em>ultimo</em> paese europeo ad adottare una forma di sostegno del reddito “erogato a soggetti inoccupati, disoccupati privi di altre fonti di reddito e occupati a passo salario”. Il <em>Revenu de solidarité active</em> (RSA) sostituisce da pochissimi anni il ben noto, almeno nel senso che qualche milione di francesi sa che cosa sia, RMI, che è stato introdotto, dopo un grande dibattito, 20 anni fa, e che ha adeguato la Francia al resto d’Europa. Tedeschi, olandesi, britannici ecc. avevano già i sussidi di disoccupazione e in molti casi, come in Germania, anche più generosi di quelli francesi. In Gran Bretagna esistono da decenni due specifici sussidi, uno rivolto ai disoccupati, l&#8217;altro all&#8217;integrazione del reddito.</p>
<p align="justify">Comunque, visto il disorientamento che appare sui giornali nel dar conto del reddito minimo in Europa, è utile chiarire alcuni aspetti chiave.</p>
<p align="justify">È sviante quantificare il reddito minimo europeo. Esso in realtà si compone di diverse voci, che possono includere il numero dei figli, le spese di gestione di una casa, le esenzioni sulle spese per i trasporti, il telefono, il riscaldamento, le scuole, la sanità, il cinema, il teatro ecc. Ho letto su un grande giornale nazionale, ad esempio, che in Germania un disoccupato percepirebbe meno di 400 euro di reddito minimo. È inesatto. Forse l&#8217;errore nasce dall&#8217;aver considerato solo una voce. Prendo il caso fatto da un programma televisivo della prima rete nazionale tedesca, che ha mostrato come una commessa con due figli percepirebbe, sommando tutti i sussidi a cui avrebbe diritto se venisse licenziata, solo 100 euro in meno rispetto al suo reddito da lavoro, ovvero qualcosa come (cito con qualche approssimazione) 1700 euro. </p>
<p align="justify">Ci si potrebbe chiede se conviene lavorare. Ma questo è appunto l&#8217;argomento che cavalca la destra in Europa: i sussidi, si sostiene, creano la disoccupazione, chi lavora dalla mattina alla sera guadagna poco di più di quanto percepirebbe come disoccupato. Argomento che ha qualche presa sull&#8217;elettorato, specialmente se combinato con l&#8217;argomento che a non lavorare sono gli immigrati. Poiché però il rischio di perdere il lavoro esiste per tutti, questo tipo di argomenti assume il senso di limitare l&#8217;abuso del sussidio da parte dei fannulloni intenzionali.</p>
<p align="justify">E qui c&#8217;è il secondo aspetto da tenere ben presente quando si parla di reddito minimo garantito in Europa. La condizione per riceverlo è dimostrare di cercare un lavoro. Ma quale tipo di lavoro? Non si è chiesto fino ad oggi di svolgere un lavoro per il quale non si sia qualificati o che sia troppo lontano da casa (si noti che in Gran Bretagna gli uffici di collocamento, che peraltro funzionano, offrivano l&#8217;uso di un&#8217;automobile al disoccupato che avesse accettato un lavoro a una distanza di 100 km dalla sua abitazione). Per ridurre la &quot;trappola assistenziale&quot; (vera o presunta che sia) si cerca oggi di spingere il disoccupato all&#8217;accettazione di un lavoro vicino alla propria qualifica, ma non del tutto coincidente con essa. </p>
<p align="justify">È importante conoscere questi aspetti, perché è su questi temi che si discute di riforme del welfare in Europa. Da più di un decennio.</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p><strong><em>(Giovanni Perazzoli, MicroMega, 23-12-2011)        <br />© MicroMega</em></strong></p>
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		<title>Non lavorare stanca</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 16:44:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Il nuovo governo ha il merito – mai abbastanza apprezzato – di essere vero, normale e competente, e di essere subentrato da un giorno all’altro, a un governo incompetente, pericoloso e ridicolo. </p>
<p align="justify">La lista delle cose da fare per salvare il Paese (una piccola parte per ora è entrata in una legge che, infatti, si chiama “salva Italia”) era enorme, perché niente, a parte i danni e le violazioni alla Costituzione, era stato fatto, in 17 anni di dominio mediatico berlusconiano, in tre governi, in dieci anni di effettivo e totale potere, da Porta a Porta alla Guardia di Finanza. </p>
<p align="justify">Da questo vasto paniere il nuovo governo ha scelto, in modo realistico, ma molto pesante per tutti gli onesti, tasse, prelievi e tagli di quasi ogni attività che possa essere raggiunta dalla mano di un governo. Vuol dire tassare o tagliare tutto ciò che è alla luce del sole, tutta la parte emersa dell’economia (strana distinzione, ma necessaria, in un Paese malato in cui la metà dell’attività, e dunque del prodotto economico, è sommerso).</p>
<p align="justify">Dunque tutta la vita di lavoro di coloro che, dal portiere al manager, sono tassati alla fonte, tutto l’assetto delle pensioni (che pure non erano in pericolo né sull’orlo di alcun crollo, ma facevano cassa) cambiando in corsa molte regole, senza far caso alla sconnessione tra la vita grama dei conti pubblici, la vita grama delle persone e la vita grama delle imprese. Cosicché d’ora in poi ci sono persone che devono andare in pensione più tardi per migliorare i conti pubblici, ma vengono messi fuori dal lavoro più presto per migliorare i conti privati e, per salvare l’Italia, restano senza lavoro, senza pensione e dunque fuori da qualunque crescita o ripresa dell’economia, un peso morto per la recessione che, ci dicono, sta venendo.</p>
<p align="justify">Avrete notato che ho detto, dell’insieme delle mosse del governo, che “sono realistiche”. Intendevo dire che Monti e i suoi ministri hanno fatto ciò che si fa in tutte le democrazie, e che non è il colmo della giustizia, ma è il meglio del risultato: tassare i tassabili. </p>
<p align="justify">Negli Stati Uniti di George W. Bush, la tassazione era stata esplicitamente accollata tutta e solo al lavoro dipendente, vantando pubblicamente il merito di avere esonerato i ricchi. In quello stesso Paese un presidente di cultura e moralità opposta, Barack Obama, non è ancora riuscito a spostare il peso delle tasse da chi vive di lavoro a chi vive di ricchezza, e c’è il rischio che esca di scena prima di esserci riuscito e con il rimpianto di non aver potuto restituire ai poveri le cure mediche garantite, cancellate da Ronald Reagan, per donare il “tesoretto della salute” all’immenso potere delle compagnie di assicurazione. </p>
<p align="justify">Poteva essere più facile la vita di un governo tecnico italiano che i partiti, più che sostenere, contengono, fermandolo un po’ qua e un po’ là? Comunque questo governo ci ha promesso un secondo tempo che potrebbe portare, almeno in parte, ciò che non è ancora accaduto: un piano, finalmente vero (quelli di Berlusconi erano come la lotta alla mafia di Maroni, che – mentre lui dava la caccia agli zingari – gli si è insediata al Nord) di lotta all’evasione fiscale, che vuol dire anche un grandioso censimento di capitali vaganti e mancanti all’appello dell’emergenza.</p>
<p align="justify">Restano due questioni tentate e incompiute. Sono le liberalizzazioni e la cosiddetta riforma del lavoro. Alle liberalizzazioni (delle professioni, delle vendite, degli orari, delle attività produttive) si sono opposti con furore rapido ed efficace (e molta complicità nel sottofondo del Parlamento) gli interessati più tutti coloro che si definiscono “liberali” in Italia, e non se ne parla più. Se farmacisti ed esclusivisti di questo e di quello non vogliono liberalizzare, ci sarà una ragione. Siamo una democrazia. Rispettiamola.</p>
<p align="justify">Difendere il lavoro invece è sovietico, eversivo, e potrebbe portare anche a brutti eventi, tipo il terrorismo. Si fa così: si prendono i lavoratori che sono ancora protetti dalla legge detta “Statuto dei lavoratori” e li si dichiara “superprotetti”. Tutti gli altri, che attraverso una serie di trovate e marchingegni, sono stati lasciati fuori, vengono definiti (dopo avere creato la situazione in cui si trovano) ingiustamente esclusi. La terza mossa è dichiarare “privilegiato” chi gode ancora del beneficio della legge (che non ha un costo e non pesa su nessuno) e sfidarlo a rinunciare a quel “privilegio” (in gergo, l’art. 18 dello Statuto appena citato) cosicché i lavoratori siano tutti uguali, tutti senza garanzie. Si chiama “flex security” e vuol dire libertà di licenziamento, che, a quanto pare, il mondo ci chiede per essere rispettabili.</p>
<p align="justify">Non risulta che sia vero né che ci siano capitali fermi alle frontiere in attesa della liberazione dei lavoratori italiani dall’art. 18. Però di una cosa dobbiamo alla fine renderci conto. Qui è come discutere con Ratzinger della procreazione assistita o del testamento biologico. Non si può, non si deve e basta. Al momento neppure questo buon governo fondato sulla tecnica e non sulla fede sembra disposto ad accantonare la teologia del lavoro libero e vagante, come valore per misurare un Paese. Forse nel terzo tempo ne riparleremo senza insultare e denunciare Cgil, Fiom e Camusso come pericolosi avversari della pace di Marchionne?</p>
<p>&#160;</p>
<p><strong><em>(Furio Colombo, Il Fatto, 24-12-2011)       <br />© Il Fatto Quotidiano</em></strong></p>
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		<title>Se l&#8217;Articolo 18 diventa un lusso</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 17:14:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gli effetti del decreto “Salva Italia” dureranno a lungo, perché redistribuiscono poteri e risorse. Per questo non è possibile far tacere lo spirito critico, né pretendere una sorta di acquiescenza sociale, alla quale giustamente i sindacati hanno detto di no. Il decreto, infatti, tocca profondamente vita e diritti delle persone. I diritti sono diventati un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5549&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Gli effetti del decreto “Salva Italia” dureranno a lungo, perché redistribuiscono poteri e risorse. Per questo non è possibile far tacere lo spirito critico, né pretendere una sorta di acquiescenza sociale, alla quale giustamente i sindacati hanno detto di no. Il decreto, infatti, tocca profondamente vita e diritti delle persone.</p>
<p align="justify">I diritti sono diventati un lusso? L&#8217;”età dei diritti” è al tramonto? Di questo discutiamo in questi tempi difficili, e non solo in Italia. E&#8217; tornata l&#8217;insincera tesi dei due tempi: prima risolviamo i problemi dell&#8217;economia, poi torneranno i bei tempi dei diritti. “Prima la pancia, poi vien la morale” – fa dire Bertolt Brecht a Mackie Messer nel finale del primo atto dell&#8217;Opera da tre soldi. Ma l&#8217;esperienza di questi anni ci dice che di quel film viene sempre proiettato solo il primo tempo.</p>
<p align="justify">Vi è una ricerca francese sui diritti sociali intitolata “Droits des pauvres, pauvres droits”. Dunque, “diritti dei poveri, poveri diritti”: diritti sempre più deboli per i più deboli, e che non si sa che fine faranno. Oggi siamo di fronte ad interventi caratterizzati da una forte asimmetria sociale, che fanno crescere ancora di più la diseguaglianza. </p>
<p align="justify">Ma qual è la soglia di diseguaglianza superata la quale è a rischio la stessa democrazia? Siamo consapevoli che stiamo passando per un numero crescente di persone dall&#8217;”esistenza libera e dignitosa”, di cui parla l&#8217;articolo 36 della Costituzione, ad una situazione che spinge verso la pura sopravvivenza biologica?</p>
<p align="justify">Proprio nei tempi difficili bisogna parlare dei diritti. Senza conservatorismi, si dice. E allora, poiché il Governo annuncia interventi nella materia del lavoro, usciamo da schemi inutili e aggressivi come quelli che mettono al centro la modifica dell&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. </p>
<p align="justify">Uno sguardo sull&#8217;immediato futuro, realistico e lungimirante, esige che si affronti una revisione dei regimi di sicurezza sociale nella prospettiva del riconoscimento di un diritto ad un reddito universale di base. Di questo si discute da tempo, come mostra un libro appena pubblicato da Giuseppe Bronzini. </p>
<p align="justify">Si potrebbe così cominciare ad invertire la rotta: dalla sopravvivenza di nuovo verso l&#8217;esistenza, ricongiungendosi anche ad una precisa indicazione dell&#8217;articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell&#8217;Unione europea: “al fine di lottare contro l&#8217;esclusione e la povertà, l&#8217;Unione riconosce e rispetta il diritto all&#8217;assistenza sociale e all&#8217;assistenza abitativa volte a garantire un&#8217;esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”.</p>
<p align="justify">Si è detto che l&#8217;Italia deve riguadagnare la dimensione europea, rifiutata nei tempi del berlusconismo. Ma, se si vuole che i cittadini non guardino all&#8217;Europa solo come fonte di imposizioni e di sacrifici, bisogna ricordare quel che disse il Consiglio europeo nel 1999: «”La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell&#8217;Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità». </p>
<p align="justify">L&#8217;Europa dei mercati non può essere disgiunta dall&#8217;Europa dei diritti, pena una delegittimazione che può contribuire alla sua dissoluzione. I governanti devono rendersi conto che la Carta dei diritti fondamentali non è un documento al quale dedicare qualche distratta citazione, ma uno strumento che, adoperato con continuità e sincerità, può mostrare il «valore aggiunto» dell&#8217;Europa, nel quale diventa conveniente riconoscersi per tutti.</p>
<p align="justify">Ma l&#8217;Europa è anche quella dei trattati, di cui ora si propongono modifiche per rendere possibile un più diretto governo dell&#8217;economia. Di nuovo una questione di legittimità democratica. </p>
<p align="justify">Si può rafforzare il potere europeo in questa materia sottraendolo a controlli che non siano solo quelli esercitati dalla forza degli interessi di governi nazionali? Se si vuol mettere mano al Trattato di Lisbona, allora, è necessario che una riforma includa un rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo. Qui l&#8217;antica vocazione europeistica dell&#8217;Italia potrebbe essere rinverdita. Vorrà farlo l&#8217;attuale Governo, guadagnando così meriti presso tutti quelli che credono ancora in una ripresa della costruzione democratica dell&#8217;Unione?</p>
<p align="justify">Questa linea di riforma istituzionale, attenta a democrazia e diritti, dovrebbe essere seguita anche per le riforme costituzionali di cui si torna a parlare in casa nostra. Queste non possono essere considerate solo dal punto di vista di un nuovo assetto per Parlamento e Governo. E l&#8217;insistenza sulla giusta necessità di restituire ai cittadini poteri confiscati dall&#8217;indegna attuale legge elettorale non può limitarsi a questa soltanto. </p>
<p align="justify">Le nuove forme di partecipazione politica, dei cui effetti abbiamo avuto prove concrete in occasione dei referendum e delle elezioni amministrative, esigono forme istituzionali che diano corpo e legittimazione a quella “democrazia continua” che ormai caratterizza la sfera pubblica e che non può essere affidata soltanto alla dimensione mediatica o alla logica dei sondaggi. </p>
<p align="justify">Ricordate la critica di Rousseau alla democrazia rappresentativa inglese? “Il popolo inglese crede d&#8217;essere libero; s&#8217;inganna, non lo è che durante l&#8217;elezione dei membri del Parlamento; non appena questi sono stati eletti, esso diventa schiavo, non è più nulla”. A questa schiavitù politica, al silenzio tra una elezione e l&#8217;altra, i cittadini si ribellano sempre di più, grazie soprattutto alle opportunità loro offerte da Internet. </p>
<p align="justify">Sono lontanissimo dalle semplificazioni di chi continua a pensare ad una democrazia salvata dalla tecnologia, e ritengo che si debba sempre riflettere sui rischi di una “democrazia elettronica” come forma del populismo dei nostri tempi. Ma è suicida continuare a guardare alle istituzioni e alle loro possibili riforme senza prendere seriamente in considerazione la necessità di integrazioni nuove tra democrazia rappresentativa e presenza più diretta dei cittadini.</p>
<p align="justify">Nella prospettiva di riforme, volte però alla buona “manutenzione” e non allo stravolgimento della Costituzione, mi limito ad indicare una sola ipotesi, di cui già ho parlato in passato, ma che il successo dei referendum rende attuale.</p>
<p align="justify">Mi riferisco all&#8217;iniziativa legislativa popolare, prevista dall&#8217;articolo 71 della Costituzione e che, finora, ha avuto come effetto solo la frustrazione dei proponenti, visto che il Parlamento ignora del tutto le proposte firmate dai cittadini. Credo che sia venuto il momento di rinvigorire questo istituto, prevedendo procedure che riguardino le modalità in base alle quali il Parlamento deve prendere in considerazione quelle proposte e dando al comitato promotore il diritto di seguirne l&#8217;iter parlamentare in commissione, secondo il modello che ha già portato a considerare i promotori di un referendum addirittura come «potere dello Stato». Un passo così impegnativo dovrebbe essere accompagnato da un aumento delle firme necessarie, ben oltre le attuali cinquantamila. Ma avrebbe l&#8217;effetto positivo di avviare una integrazione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta (che può e deve trovare ulteriori forme), di aprire un canale tra eletti ed elettori, di insidiare l&#8217;autoreferenzialità della politica e di avviare così un suo riscatto nel tempo del massimo suo discredito.</p>
<p align="justify">Anche così potremo ricongiungerci all&#8217;Europa. L&#8217;articolo 11 del Trattato di Lisbona affianca alla democrazia rappresentativa uno strumento di democrazia diretta: il nuovo diritto di iniziativa dei cittadini europei che, in numero di almeno un milione, possono chiedere alla Commissione europea di prendere iniziative in determinate materie. Non è un caso che di questo strumento si prepari a servirsi la rete europea dei movimenti per l&#8217;acqua bene comune, dunque proprio i soggetti ai quali si deve la più forte iniziativa referendaria.</p>
<p align="justify">L&#8217;uscita dalla regressione culturale e politica, nella quale siamo piombati, sta proprio nella capacità di ricominciare a frequentare il futuro senza condizionamenti, primo tra tutti quello che vuole ricondurre tutto alla logica del mercato.</p>
<p><strong><em>(Stefano Rodotà, La Repubblica, 20-12-2011)       <br />© La Repubblica</em></strong></p>
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		<title>Il Pd e l&#8217;asino di Buridano</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 17:05:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>discutere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riuscirà Corrado Passera a sedurre la nomenklatura del Partito democratico, o dovrà accontentarsi di fare il leader della destra presentabile? Mentre la Cgil dichiarava la sua opposizione frontale al governo Monti (indigente di equità al punto che si sono alleati con la Camusso perfino sindacati per anni corrivi col berlusconismo), l’uomo forte del governo tecnico [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5546&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Riuscirà Corrado Passera a sedurre la nomenklatura del Partito democratico, o dovrà accontentarsi di fare il leader della destra presentabile? </p>
<p align="justify">Mentre la Cgil dichiarava la sua opposizione frontale al governo Monti (indigente di equità al punto che si sono alleati con la Camusso perfino sindacati per anni corrivi col berlusconismo), l’uomo forte del governo tecnico utilizzava le domande di Fabio Fazio, questa volta incalzante (ma neppure una sull’indegna operazione Alitalia!), per intonare un canto delle sirene che sui dirigenti Pd vorrebbe fare l’effetto del flauto magico o di una irresistibile danza del ventre: lotta “senza pace” all’evasione, revoca del regalo delle frequenze televisive al putiniano di Arcore, nessuna rinuncia al programma delle liberalizzazioni. Queste ultime, come si sa, sono la stella cometa di Bersani, benché accanto a lodabili misure anticorporative (taxi, farmacie) l’etichetta preveda alle volte scempio di realtà produttive da difendere (librerie, negozi tradizionali, ecc). </p>
<p align="justify">Quanto al resto, era stato il segretario della Uil Angeletti, se non sbaglio, non un “eversivo” dirigente Fiom, a ricordare a Ballarò che le misure contro l’evasione questo governo le doveva inserire nel pacchetto: i benefici materiali si sarebbero visti tra due o tre anni, ma tutti e subito quelli morali, la famosa “credibilità”, cioè la certezza di non essere di fronte all’ennesima grida manzoniana. E quanto alle frequenze, non uno tra i dirigenti del Pd che abbia evidenziato come le parole di Passera sull’argomento siano state, tra dire e non dire, uno slalom che neppure il Tomba dei tempi d’oro. </p>
<p align="justify">Il fatto è che nel Pd le divisioni sono ormai prossime al punto di rottura, e se il governo Monti conclude la legislatura l’implosione sarà inevitabile. I Fioroni e i Veltroni vogliono l’accordo con Casini, e vagheggiano smaccatamente Passera come leader di questo grande centro (che battezzeranno centrosinistra). Ma gli elettori, una parte cospicua dei militanti (per quel che ne resta), e la forza organizzata della Cgil, non li seguiranno mai. </p>
<p align="justify">In Italia c’è bisogno di una destra pulita, ma anche – più che mai – di una sinistra, di un partito dell’eguaglianza “giustizia e libertà”. In realtà Bersani e Camusso sono paralizzati, come l’asino di Buridano: l’alternativa al neocentrismo, per essere credibile, dovrebbe aprirsi alla società civile, assumere la lucidità delle posizioni Fiom, rinnovare radicalmente i dirigenti. Un blocco sociale anti-privilegi nel paese già c’è, manca ancora un leader.</p>
<p><strong><em>(Paolo Flores D’Arcais, MicroMega, 21-12-2011)       <br />© MicroMega</em></strong></p>
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		<title>L&#8217;articolo 18 &#232; un tab&#249; o un totem?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 17:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>discutere</dc:creator>
				<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 18]]></category>
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		<category><![CDATA[mercato del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[statuto dei lavoratori]]></category>

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		<description><![CDATA[La ministra Fornero ha riaperto il capitolo della riforma del mercato del lavoro in un modo forse sbagliato. Ha infatti sostenuto in un’intervista al Corriere della Sera che l’art.18 dello Statuto dei lavoratori non deve essere un tabù. L’intervista ha suscitato l’immediata reazione della Camusso (segretario generale della CGIL) che ha accusato la Fornero di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5544&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">La ministra <strong>Fornero</strong> ha riaperto il capitolo della riforma del mercato del lavoro in un modo forse sbagliato. Ha infatti sostenuto in un’intervista al <em>Corriere della Sera</em> che l’art.18 dello Statuto dei lavoratori non deve essere un tabù. L’intervista ha suscitato l’immediata reazione della <strong>Camusso</strong> (segretario generale della CGIL) che ha accusato la Fornero di essere autoritaria e ha dichiarato che l’art.18 è la linea del Piave per il sindacato.</p>
<p align="justify">Insomma l’art. 18 in Italia è oramai o un<strong> Tabù o un Totem</strong>. Com’è noto, <strong>l’art.18 prevede il reintegro al lavoro</strong> per quei lavoratori che sono stati licenziati senza giustificato motivo nelle aziende con oltre 15 dipendenti.&#160; E’ proprio il reintegro – da parte del giudice del lavoro – ciò che secondo molti rappresenta l’aspetto più fastidioso per i datori di lavoro. </p>
<p align="justify">Il paradosso italiano, però, è che è molto più semplice licenziare 800 o 2.000 dipendenti che non licenziare un singolo dipendente. Nel caso di crisi economica infatti non ci sono ostacoli al<strong> licenziamento di massa</strong>, in questi casi infatti, l’impresa può utilizzare la cassa integrazione come strumento transitorio prima di interrompere, eventualmente, del tutto il rapporto di lavoro. Mentre invece per il licenziamento individuale sono previsti vincoli. </p>
<p align="justify">Ma quanto è importante l’art.18? Se si guarda a quanti lavoratori vengono reintegrati dai giudici del lavoro in Italia si scoprono numeri irrisori: <strong>40, 50</strong> lavoratori al mese. Questo anche perché spesso il dipendente licenziato e l’azienda, già oggi, si mettono d’accordo su un compenso monetario in cambio del mancato ricorso in tribunale.</p>
<p align="justify">Qualcuno sostiene che siccome l’art.18 si applica al di sopra della<strong> soglia dei 15 dipendenti </strong>esso rappresenterebbe un ostacolo alla crescita delle imprese italiane: per evitare i “costi aggiuntivi” derivanti dall’art.18 le imprese resterebbero piccole, più piccole rispetto alla loro dimensione ottimale e questo avrebbe effetti negativi sull’industria. In verità, se si passa dalle analisi teoriche alla verifica empirica di questa tesi si scopre che non ci sono evidenze robuste a sostegno di questo fenomeno. </p>
<p align="justify">Fabiano Schivardi e Roberto Torrini (economisti della Banca d’Italia) in un loro lavoro del 2004 hanno mostrato come non ci sia alcuna evidenza dell’effetto di <strong>scoraggiamento della crescita</strong> delle imprese riconducibile all’art.18. Le imprese italiane restano <strong>piccole </strong>per varie ragioni: assetti proprietari familiari, difficoltà di accesso al credito, pressione fiscale, vincoli istituzionali; ma l’art.18, di per sé, non ha un ruolo particolarmente forte. In linea con questi risultati sono le ricerche contenute nel volume a cura di F. Traù, <em>La questione dimensionale nell’industria italiana</em>, Bologna, il Mulino, 1999.</p>
<p align="justify"><strong>Seconda questione</strong>: il 95 percento delle imprese italiane ha<strong> meno di 10 dipendenti</strong>, e quindi nel 95 per cento delle imprese italiane già ora non si applica l’articolo 18. Nella quasi totalità delle imprese italiane già ora non ci sono protezioni contro il licenziamento individuale.</p>
<p align="justify"><strong>Terza questione</strong>: vi sono in Italia <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina2633.html">3.750.000 lavoratori precari</a> ai quali non si applica lo <strong>Statuto dei Lavoratori e l’art.18 </strong>e questa forse è la vera questione. Qualcuno sostiene che le aziende non assumano a tempo indeterminato questi lavoratori perché hanno paura che poi non potrebbero licenziarli in caso di difficoltà di mercato.Va detto che questo sarebbe il caso solo se l’azienda assumendo i lavoratori precari superasse la soglia dei 15 dipendenti. Non sempre è così. Inoltre va osservato che molti di questi lavoratori precari sono occupati nel <strong>settore pubblico</strong>, nel quale non è l’articolo 18 il nodo ma altre forme di protezione.</p>
<p align="justify">Allora: l’art.18 è un tabù o è un totem? Penso che non debba essere visto né come un tabù né come un totem. Se il nodo è quello di<strong> riequilibrare i diritti</strong> tra chi è dipendente di una grande impresa e gode della protezione dell’art. 18 e tutti i giovani (3.750.000) privi di tutele allora va ripensato il sistema attuale di contratti di lavoro. Vi sono oggi in Italia quasi<strong> quaranta diverse modalità di assunzione</strong> che creano una grande frammentazione dei diritti e dei percorsi lavorativi. Molte di queste figure contrattuali hanno un utilizzo scarso da parte delle imprese.</p>
<p align="justify">La strada allora di una riforma del mercato del lavoro è quella di pensare a una <strong>semplificazione </strong>delle forme contrattuali. Una soluzione potrebbe essere quella di un contratto di apprendistato e formazione che consenta all’impresa e al lavoratore di conoscersi reciprocamente, prevedendo la possibilità dopo un certo arco di tempo di sciogliere il contratto stesso qualora non vi sia perfetta e mutua soddisfazione. E prevedere invece un grado crescente di protezione e di tutele al passare del tempo.</p>
<p align="justify"> Andrebbe semplificata la gamma di contratti e introdotto il principio che <strong>la flessibilità costa di più</strong>. L’azienda che offra contratti a termine, privi di tutele, deve offrire un salario più alto rispetto a quanto previsto dal normale contratto a tempo indeterminato.</p>
<p align="justify">Come del resto accade oggi per le posizioni elevate: i dirigenti privati e pubblici assunti con contratto a tempo determinato hanno remunerazioni più alte, non più basse rispetto a chi è assunto a tempo indeterminato.&#160; </p>
<p align="justify">La riforma quindi dovrebbe prevedere un periodo di massima flessibilità (nessun vincolo alla possibilità di licenziare) ma un percorso di crescente tutela. </p>
<p align="justify">Questo tipo di riforma si applicherebbe ovviamente ai nuovi contratti e chi ha le tutele dell’art.18 non subirebbe cambiamenti. </p>
<p align="justify">Va osservato che la precarietà eccessiva di questo decennio ha avuto un <strong>effetto deleterio sulla</strong> <strong>produttività</strong>. L’utilizzo massiccio di <strong>contratti a breve termine</strong> ha creato incertezza e scarso attaccamento al lavoro da parte dei dipendenti. Se si è sempre in ansia per paura che alla fine dei 12 o dei 18 mesi il contratto non venga rinnovato, se il rapporto è di brevissimo termine e fondato su partite iva (finte) si avrà meno disponibilità ad apprendere fino in fondo le pratiche e le routine lavorative. </p>
<p align="justify">Se ogni anno si rimpiazza il dipendente con uno nuovo per risparmiare sul costo del lavoro è chiaro che non ci saranno mai quei percorsi di apprendimento e di formazione che in alcuni paesi, come la Germania, consentono alle aziende di arrivare a elevati livelli di produttività del lavoro. La eccessiva precarietà consente di ridurre i costi nel breve termine ma danneggia l’impresa nel medio termine perché riduce la dinamica della produttività.</p>
<p align="justify">Sarebbe davvero deleterio però oggi riaprire il conflitto sindacale su un <strong>tema secondario come l’art.18</strong>. Se il nuovo ministro del lavoro ricompattasse il fronte sindacale sulla linea dello scontro e degli scioperi a difesa dell’art.18 sarebbe un vero disastro. </p>
<p align="justify">Si apra la discussione sul <strong>mercato del lavoro</strong> partendo dall’idea di una semplificazione, di uno scoraggiamento della precarietà, e di un nuovo sistema di ammortizzatori sociali esteso a tutti e non solo ai lavoratori (più anziani) tutelati. Si utilizzino i fondi della cassa integrazione guadagni per creare una <strong>vera indennità di disoccupazione universale</strong>, che copra anche i giovani che perdano il lavoro. Ma evitiamo le guerre di religione.</p>
<p><strong><em>(Sandro Trento, Il Fatto, 20-12-2011)       <br />© Il Fatto Quotidiano</em></strong></p>
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		<title>Pensione senza evasione</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 17:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>discutere</dc:creator>
				<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Le pensioni. Non ci sono molti modi di procurare le risorse necessarie per pagarle: assicurazioni private; contributi prelevati dal salario e accantonati; imposte e tasse. L’assicurazione privata non è una soluzione praticabile: molti lavoratori, imprevidenti o impediti a farlo dalla modestia del loro reddito o da emergenze disgraziate, non pagherebbero i premi e si troverebbero [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5542&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Le <strong>pensioni</strong>. Non ci sono molti modi di procurare le risorse necessarie per pagarle: assicurazioni private; contributi prelevati dal salario e accantonati; imposte e tasse.</p>
<p align="justify">L’assicurazione privata non è una soluzione praticabile: molti lavoratori, imprevidenti o impediti a farlo dalla modestia del loro reddito o da emergenze disgraziate, non pagherebbero i premi e si troverebbero nei guai quando non potessero più lavorare. E aggravi fiscali non sono accettati dai cittadini: <em>“Io penso alla mia pensione e gli altri pensino alla loro”</em>, questa sarebbe la reazione di tutti. </p>
<p align="justify">Resta il metodo contributivo: quello che il lavoratore percepisce per la sua attività viene decurtato di una certa percentuale, il contributo pensionistico; e questo gli sarà restituito quando avrà smesso di lavorare e non potrà più guadagnarsi da vivere. Veramente in Italia non funzionava proprio così e infatti le pensioni erano una voragine; ma, ora che di soldi non ce n’è più e siamo a rischio di bancarotta, andrà in questo modo.</p>
<p align="justify">A questo punto bisogna fare due calcoli.</p>
<p align="justify">1. Più di tanto dal salario non si può prelevare: se uno guadagna 3.000 euro al mese, gliene puoi prendere <strong>1000</strong>: il resto gli serve per vivere.</p>
<p align="justify">2. Accettando che la pensione sia inferiore al salario, per esempio 2.000 euro al mese (se si pretende che sia più alta le cose peggiorano), è evidente che occorrono due mesi di <strong>contributi </strong>per fare un mese di pensione. Se si vuole una pensione più cospicua o si aumentano i contributi oppure si deve calcolare un periodo di tempo più lungo; nell’esempio, per avere 2.500 euro al mese di pensione servirebbero 2 mesi e mezzo di contributi.</p>
<p align="justify">3. Siccome per fortuna si vive molto più a lungo dei nostri nonni e anche dei nostri padri (sembra che la media sia 80 anni), ipotizzando che uno lasci il lavoro a 60 anni, e restando nell’esempio di un salario di 3.000 euro al mese, per pagargli la pensione per 20 anni bisogna che abbia lavorato 40 anni; 50, per la pensione più alta. Quindi dovrebbe aver <strong>cominciato a lavorare a 20 anni </strong>o addirittura a 10.</p>
<p align="justify">4. In genere i salari sono più bassi, diciamo 2.000 o 1.500 euro al mese. Questo significa che per avere una pensione di 1.000 euro (con meno non si vive o si vive molto male), il rapporto tra contributi e pensione sale a 3 a 1, magari anche di più: 3 mesi di contributi per un mese di pensione o, che ci fa capire meglio come stanno le cose, <strong>60 anni di lavoro</strong> per 20 di pensione.</p>
<p align="justify">Quando deve cominciare a lavorare uno per andare in pensione a 60 o anche 65 anni? Tutto questo non è discutibile, si tratta di fatti. Andare in pensione prima di 65 anni non si può; e anche così resta un buco grosso assai. Naturalmente, quando si scende dalla teoria alla realtà, dai calcoli alle persone, dalla manovra alle famiglie, le cose sono diverse. E può venire la tentazione di trovare altre soluzioni. Solo che non ce ne sono.</p>
<p align="justify">L’unica è scaricare sui cittadini più favoriti l’onere di contribuire alle pensioni di quelli più poveri; insomma aumentare le imposte sui redditi medio alti; e, se si tratta di imposte <strong>patrimoniali</strong>, cioè legate ai beni e non ai redditi, incrementarle su quelli di maggior valore. Ma non funziona.</p>
<p align="justify">In effetti così (a parte la patrimoniale) è stato fatto fino adesso; solo che <strong>i ricchi e i medio ricchi non hanno collaborato</strong>: hanno evaso, della solidarietà se ne sono battuti. Anche chi, a parole, condivide il dramma di famiglie ai limiti della sopravvivenza, di pensionati da 800 euro al mese; anche chi riconosce che “qualcosa bisogna fare” (e non sono poi così tanti); quando si tratta di accettare un contributo di solidarietà (permanente, non un gesto generoso una tantum), quando si tratta di accettare un aumento dell’imposizione fiscale, tutti protestano; e come se protestano. Sì, le pensioni, i meno favoriti, è giusto, fate qualcosa. Ma “not in my backyard”, non nel mio giardino.</p>
<p align="justify">Certo, una classe politica seria e lungimirante (dunque non la nostra) potrebbe ispirarsi a criteri di giustizia sociale; finora, non è successo. Però il governo Monti ha la sua grande occasione; può, entro certi limiti, infischiarsene del consenso elettorale: il paziente sta morendo, la medicina è amara; gliela propina lo stesso, il paziente guarisce e si spera che non ritorni dai ciarlatani che lo curavano prima, dandogli medicine dolci e inefficaci. E se poi, una volta guarito, ci ritorna, beh, <em>“quos perdere vult deus dementat”</em>, gli dei fanno impazzire quelli che vogliono perdere. </p>
<p align="justify">Allora, se Monti, Fornero e gli altri tecnocrati accettassero questo punto di vista e volessero scaricare su alcuni cittadini una parte del debito pensionistico di altri, quelli più poveri, come potrebbero fare? Semplice, combattendo seriamente<strong> l’evasione fiscale</strong>. Dal che deriverebbero più risorse e la concreta possibilità di innalzare la pressione fiscale sui cittadini più abbienti.</p>
<p align="justify">Bisogna capire che incrementare le aliquote sui redditi più alti non serve a niente; il “rimedio” (chiamiamolo così) lo aveva già trovato B e lo aveva spiegato a tutti i cittadini a reti unificate:<em> “Quando la pressione fiscale supera il 35 % l’evasione è legittima difesa”</em>.</p>
<p align="justify">La pressione fiscale può aumentare solo se non è possibile evadere; altrimenti l’aumento è criminogeno, nel senso che induce all’evasione. Aspettando di ritornare un paese civile <strong>bisogna avere pazienza</strong>; è passato meno di un mese da quando Monti ha sostituito B &amp; C e ha esautorato (speriamo) l’intera classe politica. Per disfare 15 anni di malgoverno ci vuole un po’ di più.</p>
<p><strong><em>(Bruno Tinti, Il Fatto, 20-12-2011)       <br />© Il Fatto Quotidiano</em></strong></p>
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		<title>Smettiamola con il &#8216;v&#249; cumpr&#224;&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 11:07:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>discutere</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[belpietro]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[sallusti]]></category>
		<category><![CDATA[stranieri]]></category>
		<category><![CDATA[vù cumprà]]></category>

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		<description><![CDATA[Diversi giornali hanno rispolverato questo termine dispregiativo e derisorio per definire i due senegalesi uccisi a Firenze. In un Paese civile, sarebbe bandito da tempo. Invece Sallusti e Belpietro lo difendono a spada tratta «A Rimini un vù cumprà sta cercando una pensione dove andare a dormire&#8230; ». Berlusconi iniziava così a raccontare, nel novembre [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=discutere.wordpress.com&amp;blog=6966292&amp;post=5540&amp;subd=discutere&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong><em>Diversi giornali hanno rispolverato questo termine dispregiativo e derisorio per definire i due senegalesi uccisi a Firenze. In un Paese civile, sarebbe bandito da tempo. Invece Sallusti e Belpietro lo difendono a spada tratta</em></strong></p>
<p align="justify">«A Rimini un vù cumprà sta cercando una pensione dove andare a dormire&#8230; ». Berlusconi iniziava così a raccontare, nel novembre 2010, una delle sue barzellette. Dicembre 2011, tutt&#8217;altro contesto: Gianluca Casseri uccide due ragazzi senegalesi a Firenze, venditori abusivi del mercato di piazza Dalmazia. Il quotidiano &#8216;Libero&#8217; titola &quot;Terrore al mercato di Firenze, uccisi due vù cumprà&quot;.</p>
<p align="justify">Ma non è solo &#8216;Libero&#8217; ad utilizzare il termine per definire i due senegalesi. Vi ricorre l&#8217;Ansa in una notizia delle 18.30, poi &#8216;il Giornale&#8217;, vi inciampano il &#8216;Corriere della Sera e &#8216;Leggo&#8217;, salvo poi correggere il tiro. Tengono vù cumprà anche &#8216;il Tempo&#8217;, &#8216;la Nazione&#8217; e TgCom. </p>
<p align="justify">Un termine dispregiativo o una semplice soluzione per indicare al lettore chi erano le vittime? In rete si scatenano i commenti. «Erano anni che non si sentiva&#8230; che schifo&#8230;», dice Gabriele. «Riusciremo mai a cambiare questa odiosa mentalità?», si chiede Mariagrazia. </p>
<p align="justify">«Usare il termine vù cumprà significa cancellare vent&#8217;anni di storia di integrazione»: è l&#8217;idea di Elena Parasiliti, direttrice del mensile &#8216;Terre di Mezzo&#8217;: «Vù cumprà è un vocabolo fortemente dispregiativo», sostiene «che riporta alla mente gli anni &#8217;80, quando l&#8217;Italia dovette fare i conti per la prima volta con gli stranieri. Non sapendo come chiamare questi &#8216;sconosciuti&#8217; si fece ricorso a frasi simboliche, come quella ripetuta così spesso dai venditori abusivi». </p>
<p align="justify">Nel frattempo, però, le cose sono un po&#8217; cambiate. Dice Gianni Biondillo, scrittore: «Immaginate se il Corriere della Sera usasse il termine &quot;terroni&quot; per indicare due meridionali. La gente insorgerebbe no? Eppure con gli appellativi che riguardano gli stranieri siamo più tolleranti, ci fa meno impressione che siano ancora chiamati &quot;campi rom&quot; tutte le baraccopoli d&#8217;Italia. Non siamo ancora riusciti a superare la paura del diverso». </p>
<p align="justify">Ma Vù cumprà, è stato scritto per senso o per caso? «Chi ha usato questa espressione», sostiene Biondillo « non si è reso probabilmente conto di aver fatto ricorso a un termine razzista, e questo è grave, perché il linguaggio può essere un&#8217;arma pesantissima». </p>
<p align="justify">Per questo, secondo Elena Parasiliti, non si può parlare di leggerezza «perché nel nostro mestiere la leggerezza non esiste. Usare questo termine significa solo ignoranza. Ogni parola è un concetto, ogni concetto una rappresentazione della realtà. Parole come questa non fanno che distorcerla». </p>
<p align="justify">Ma c&#8217;è anche chi difende questa scelta: «E&#8217; un termine simpatico, per me evoca una figura positiva, un immigrato che si impegna, che cerca di arrabbattarsi», sostiene il direttore del &#8216;Giornale &#8216; Alessandro Sallusti : «Credo che sia il termine più chiaro per i lettori per definire una figura professionale. Non è dispregiativo, descrive semplicemente la realtà». E Sallusti respinge al mittente l&#8217;accusa di razzismo «di cui non si può certo accusare il mio giornale», aggiunge. Conclude il direttore del &#8216;Giornale&#8217;: «Noi non abbiamo optato mai per il politically correct, ma in questo caso mi sembra proprio un&#8217;esagerazione, la tendenza a essere più realisti del re. Il termine vù cumprà, così come quello di negro, non offende nessuno. Smettiamola con queste ipocrisie. Gli stessi venditori ambulanti si definiscono scherzosamente vù cumprà. E poi cosa dovrei dire? Truffatori? Perché alla fine sarebbe il termine esatto. Ma ci sono simpatici e spesso non c&#8217;entrano nulla con la merce che vendono. Quindi piuttosto preferisco usare un termine colorito».</p>
<p align="justify">Anche per &#8216;Libero&#8217;, la scelta di usare quel termine è dovuta a volontà di brevità e chiarezza: «Vù cumprà è un termine entrato nel lessico comune», dice Maurizio Belpietro: «Identifica una persona straniera che parla in quel modo. Non vi trovo proprio nulla di sconvolgente». L&#8217;espressione, sostiene il direttore di &#8216;Libero&#8217;, «è entrata nel linguaggio familiare, tutti la capiscono, senza idee dispregiative». </p>
<p align="justify">Ps: La barzelletta di Berlusconi finiva così: «A Rimini un vù cumprà sta cercando una pensione dove andare a dormire. Tutti però gli rispondono che sono al completo, che non hanno posto. Non c&#8217;è niente da fare. Capisce che il problema è la sua pelle nera, ma non si arrende e continua a cercare, inutilmente. Quando arriva alla fine del lungomare entra nell&#8217;ultima pensione e di fronte alla stessa identica risposta degli altri albergatori esclama: &quot;Non è vero che siete al completo: voi siete razzisti!&quot; E l&#8217;albergatore romagnolo risponde: Razzisti noi? At&#8217; se tè che tsè negher, sei tu che sei negro!».</p>
<p align="justify">&#160;</p>
<p><strong><em>(Francesca Sironi, L’Espresso, 15-12-2011)       <br />© L’Espresso</em></strong></p>
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