L’incognita riciclaggio

•31 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Bankitalia aveva chiesto al Tesoro un intervento per fissare i limiti dello scudo fiscale. Non è mai arrivato

In trasparenza dietro la vicenda  della circolare  sull’antiriciclaggio (che il  Tesoro non ha mai mandato   alle banche impegnate con lo  scudo fiscale) si possono intravedere  i rapporti che intercorrono  in questa fase tra il ministero  di Giulio Tremonti e la Banca  d’Italia di Mario Draghi.

I RISCHI. Alla giornata mondiale  del risparmio, il 29 ottobre,  Draghi dice che serve un “intervento interpretativo” da parte di  Tremonti per dissipare “ogni incertezza  sugli obblighi di segnalazione  delle operazioni sospette   da parte degli intermediari,  che ribadisca la regolare applicazione  della normativa antiriciclaggio”. Il pericolo, infatti, è  che tra i 95 miliardi di euro che  sono stati rimpatriati (93) o regolarizzati  restando all’estero (2) ci siano anche soldi frutto di  reati che non sono quelli coperti  dallo scudo (come falso in bilancio  e false fatturazioni, oltre alla  semplice evasione) e che quindi  si riparino sotto lo scudo anche  capitali che vengono dalla criminalità  organizzata. Lo aveva denunciato  nei mesi scorsi anche il  magistrato antimafia Roberto  Scarpinato: “Si è venuta a determinare  per il vastissimo popolo  degli imprenditori collusi l’opportunità di far rientrare  dall’estero capitali sporchi dei  loro soci mafiosi occulti, spacciandoli  come frutto di evasione  fiscale per poi immetterli nel circuito  produttivo”. Per questo   Draghi considerava importante  (e lo considera tuttora, visto che  i tecnici di Bankitalia hanno lavorato  al problema e spedito i  propri lavori al Tesoro) un pronunciamento  esplicito del ministro  sui pericoli nascosti nello  scudo. L’Uif, l’Unità di informazione  finanziaria di Bankitalia  che vigila sul riciclaggio, a novembre  ha segnalato anche il rischio  che approfittino dello scudo  anche quelle organizzazioni  criminali che hanno tesoretti in  lire ancora da convertire (c’è  tempo fino al 2012).

SEGNALE POLITICO. Fonti  vicine alla Banca d’Italia spiegano  che Draghi non aveva bisogno  della circolare del ministero:  Bankitalia è comunque in grado  di tenere sotto pressione gli  intermediari finanziari appellandosi  a una direttiva comunitaria.  Ma la circolare del Tesoro sarebbe  servita per indicare il clima,  per fissare anche i paletti della  misura. Soprattutto perché le  circolari dell’Agenzia delle entrate  avevano fatto alzare qualche  sopracciglio, con passaggi  come questo: “Si ricorda che gli  intermediari non sono tenuti a  verificare la congruità delle informazioni  contenute nelle dichiarazioni  riservate, relativamente  agli importi delle attività  oggetto di rimpatrio, né la sussistenza  dei requisiti soggettivi ri-chiesti dalla norma per accedere  alle operazioni di emersione delle  attività detenute all’estero [...]  né sono obbligati a verificare i  criteri utilizzati dal soggetto interessato  per valorizzare le medesime  attività nella dichiarazione  stessa”. Le banche o gli altri  intermediari, davanti al cliente,  esercitano meglio i propri controlli  se hanno un documento  del ministero a cui appoggiarsi.  Chi concede a Tremonti il beneficio  del dubbio dice che è stato  troppo impegnato con una Finanziaria  molto più complessa  del previsto. Il deputato dell’Italia dei Valori Antonio Borghesi  sostiene invece: “Il Tesoro non  vuole compromettere in alcun  modo l’efficacia dello scudo fiscale  spaventando gli evasori.  Questa vicenda dimostra che  Tremonti è di fatto connivente   con i grandi evasori”. È troppo presto, però, per  capire se e quante operazioni  presentate come  coperte dallo scudo sono  state segnalate dalle banche  perché sospette. Piero  Grasso, il procuratore  nazionale Antimafia,  spiega al Fatto che le indagini  ci saranno soltanto  sui casi che risulteranno  di sua competenza tra  quelli segnalati dall’Uif.  E, per ora, i dati dell’Uif  ancora non ci sono.

L’EUROPA. I dubbi  sulla facilità con cui si  può ricorrere allo scudo  per riciclare denaro sporco  sono parte anche  dell’interrogazione che il  vicepresidente dell’Europarlamento Gianni Pittella  ha presentato alla Commissione europea a ottobre.  Gli altri rilievi riguardavano   l’Iva (imposta comunitaria che  viene di fatto condonata dallo  scudo agli evasori che l’avevano   aggirata) e la compatibilità con la  normativa antitrust, perché il  provvedimento sul rimpatiro dei  capitali potrebbe essere considerato   un aiuto di stato alle imprese  che hanno evaso il fisco,  guadagnando in modo illecito  competitività rispetto ai concorrenti.  La Commissione si è presa  tempo per analizzare l’interrogazione.  Se verranno riscontrate  irregolarità l’Italia rischia una  sanzione. Ma in quanto tempo  non si sa. Pittella: “La fortuna del   governo e di Tremonti è che in  questo momento si sta insediando  la nuova Commissione e  quindi, nella fase di avvicendamento,  i tempi si dilatano”.

(Stefano Feltri, Il Fatto, 31-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Con l’acqua alla gola

•31 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Ore d’ansia (e polemiche) in Toscana per il rischio esondazione del lago di Massaciuccoli

Continuano incalzanti ormai  da due giorni i lavori  per rinforzare gli argini  del lago di Massaciuccoli,  mai risistemati dalla loro costruzione  avvenuta durante il  Ventennio fascista: oltre diecimila  i sacchetti di sabbia portati  sulle sponde dai cinquanta militari  della Folgore di Livorno,  supportati da un contingente  del Capar di Pisa.  Al loro fianco anche 150 volontari  per scongiurare un “rischio  che è ridotto al minimo”, per  Bernardo De Bernardinis, numero  2 della Protezione civile  inviato da Guido Bertolaso sui   luoghi dell’alluvione. Per De  Bernardinis la situazione del  Serchio è ora sotto controllo,  ma il fiume a Massaciuccoli fa  ancora paura. E da qui si guarda  con estrema preoccupazione a  ciò che succede più a monte,  perché il Serchio rompendo  l’argine a Nodica ha messo in ginocchio  le province di Pisa e  Lucca, costringendo centinaia  di persone a lasciare la propria  abitazione la notte di Natale:  solo in Garfagnana più di cento  frane, 13 paesi isolati, 53 famiglie  evacuate e a Lucca più di  350 abitazioni danneggiate, oltre  a tratti di autostrada chiusi  (ieri ancora serrato il casello di  Pisa nord).

La rottura dell’argine di Nodica  ha generato un nuovo lago  che con un’altra ondata di piena  del Serchio, cosa che le previsioni  meteorologiche di due  giorni fa facevano temere,   avrebbe aumentato la pressione  del lago di Massaciuccoli, un  catino di 23 ettari sul livello del  mare, in maniera tale da causarne  l’esondazione. Così da provocare un disastro per 450 famiglie,  costrette a lasciare la  propria abitazione invece di  poter festeggiare il Capodanno.  Ma le previsioni delle ultime   ore, insieme all’innalzamento  dell’argine di sicurezza a  cui le province di Lucca e Pisa  stanno lavorando coordinate  dalla Protezione civile, dovrebbe  aver scongiurato un pericolo  che ha fatto anche litigare  amministratori pisani e lucchesi.

Le accuse a Pisa sono arrivate  dal sindaco di Massarosa  Franco Mungai: “Non si è tamponata   con urgenza la rottura  del Serchio a Nodica”. Il presidente  della provincia di Lucca,  Stefano Baccelli, ha scelto la  strada di un silenzio molto simile  all’assenso, tanto che da Pisa  sono corsi ai ripari attaccando  il governo “che non ha finanziato  il piano di bacino del Serchio,  che fra le altre cose prevede  il rafforzamento degli argini  del fiume”. Il Serchio, sempre  a Nodica, aveva già rotto gli  argini nel ‘40 e nel ‘52.  Il sindaco di Massarosa Mungai  non vuol sentir parlare di allarme  scongiurato: “È vero che in  base alle previsioni pare che  non avremo i problemi che si  temevano a partire dalla notte  di San Silvestro. Ma è anche vero  che ci siamo ritrovati in guai  provocati da eventi straordinari  e che non siamo in grado di  dire con assoluta certezza che  eventi straordinari non si ripeteranno,  perché questi calcoli  sono basati solo su previsioni,  quindi lo stato di allarme per  noi rimane fino al totale cessato  pericolo”. Tanto che a Massarosa  ” è comunque pronto il piano   di evacuazione, con due scuole  predisposte ad accogliere 450  persone, di cui 15 non autosufficienti;  abbiamo già provveduto  anche al trasferimento degli  animali: 600 pecore, 200 bovini,  200 cani e 40 cavalli”.

Per la sicurezza idrogeologica  Massarosa ha ricevuto stanziamenti  per 12 milioni di euro  quando al ministero dell’Ambiente  c’era Altero Matteoli,  nel 2005. Ma i lavori, che prevedono  anche la risistemazione  dell’argine del lago di Massaciuccoli,  risalente alle opere  di bonifica del Ventennio fascista,   sono stati appaltati solo recentemente:  “La vecchia amministrazione  di centrodestra – accusa  il sindaco Mungai – è stata  molto brava ad ottenere i soldi,  ma meno a spenderli”. Conferma  il consigliere regionale Fabio  Roggiolani (Sinistra ecologia  e libertà): “Dopo la vicenda  Sarno (la frana che nel ‘98 provocò  la morte di 160 persone in  Campania, ndr) s’iniziò a vedere  qualche risorsa in più nelle  finanziarie, poi ci siamo ritrovati  ad assistere ad assegnazioni  in base al colore politico delle  giunte: quando Matteoli era  al dicastero dell’ambiente era  evidente come fosse più facile  ottenerli per sindaci di An o  Forza Italia”.

In più per la Versilia si teme un  nuovo duro colpo economico  sul turismo, dopo la tragedia dell’esplosione del treno a Viareggio  lo scorsa estate. Tuttavia  a Torre del Lago la situazione  non è mai stata critica, tanto  che locali e ristoranti hanno  confermato l’apertura per la  notte di San Silvestro e anche la  città di Lucca ha tentato di porre  un freno alla disdetta delle  prenotazioni con un appello:  “L’emergenza non ha mai riguardato  la parte storica, strade  e autostrade sono tutte aperte,  confermate le feste in piazza  e non si registra nessun problema  a alberghi e altre strutture  turistiche dentro le mura”.

Una volta superata l’emergenza  di queste ore “bisogna fare in  modo che i problemi di questo  tipo – attacca il consigliere Roggiolani  -, che sono di una banalità   ridicola, non vengano dimenticati;  è una questione di  cultura, di testa: come si può  parlare di messa in sicurezza  dell’Arno ad esempio se, come  è successo quattro anni fa, si  permette a Dolce e Gabbana di  costruire una fabbrica di diverse  migliaia di metri quadri a Incisa,  in una località che si chiama  Isola?”. La carenza di investimenti  per la messa in sicurezza   dei corsi d’acqua in Toscana è un problema che riguarda non solo il Serchio, ma anche  l’Ombrone e soprattutto l’Arno,  infatti, nonostante lo spettro  del 1966 continui ad aleggiare    sui tesori di Firenze e sulla  vita di migliaia di persone.

(Giampiero Calapà, Il Fatto, 31-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

La parabola dei Lothar

•31 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

…e quella di Mandrake (ovvero di D’Alema). Dieci anni di carriere, sesso, soldi, successo: fino a scaricare il leader

Non se n’è accorto nessuno,  ma ridendo e scherzando  sono passati dieci anni. Infatti,  secondo il primo vero  storico della seconda repubblica,  Filippo Ceccarelli, “i lothar   dalemiani” nacquero dieci anni fa.

Oggi, l’anniversario è curioso:  qualcuno si è fatto ricrescere i capelli,  altri si sono divisi, qualcuno  ha persino litigato. Il leader che  allora era in ascesa è appannato,  e contende la poltrona del Copasir  ad un suo discepolo.

Un biglietto fatale. Lo scenario  invece, allora era questo. Natale  1999: nelle redazioni e nelle caselle  postali che contano della  politica arrivò un biglietto di auguri  firmato in modo inconsueto:  “Lo staff”. Il gruppo era in pista  dal 1997, ma quello era un ingresso  in scena, un atto di nascita.  Il sottointeso era che si trattava  del suo staff, quello del lìder maximo,  lo stesso Massimo D’Alema  che in quel turbolento anno passava  dalla leadership dei Ds a Palazzo  Chigi.

Foto posate. In quei giorni almeno  tre dei fotografi più à la page  della politica italiana – Roberto  Koch, Augusto Casasoli, e Antonio  Scattolon – iniziarono a portare  sulle scrivanie delle redazioni  delle foto posate, informali e  curiose. Solitamente in mezzo  c’era D’Alema; intorno, in posa  conviviale, a metà fra un ipotetico  brain storming e il cazzeggio  c’erano loro. Lothar perché tutti  rasati a zero. Una trovata di look,  ovviamente. Anche se poi, per  minimizzare, Claudio Velardi ha  spiegato: “Fesserìe! Ci radevamo perché non avevamo capelli”.

Ma intanto, visti tutti insieme un  po’ di impressione la facevano.  Alcuni erano collaboratori, altri -  come Marco Minniti – dirigenti  politici, altri ancora collaboratori  che – come Nicola Latorre – grazie  allo staff diventavano politici. Ma tutti (tranne uno, Gianni Cuperlo,  anche lui deputato, oggi)  avevano teste lucide come palle  di biliardo, in omaggio al Lothar  di Mandrake. Erano oggetto di  amore (poco) e di disamore (tanto).  Poco amati dalla base, invidiati  dai dirigenti, oggetto degli  strali degli opinion leader.

Pezze al culo. In una storica assemblea  dei girotondi, a Testaccio,  Marco Travaglio disse: “C’è  gente che è entrata a Palazzo Chigi  con le pezze al culo, e ne è uscita  miliardaria”. Il soggetto nominale  non era precisato, ma si risentirono  almeno in due: D’Alema annunciò querela (ma non andò  a fondo) e Velardi (che la fece  davvero). Nulla di fatto, ovviamente.  Anche perché poco dopo  Fabrizio Rondolino, che di D’Alema fu portavoce, disinnescò qualunque  possibile causa con una  candida autocertificazione: “Per  me, disse a Claudio Sabelli Fioretti,  era cominciata una vita nuova. Una benedizione. Come consulente  di Palazzo Chigi guadagnavo  70 milioni lordi l’anno. Adesso  denuncio 300 milioni l’anno, sono  “famoso”, il mio narcisismo è  soddisfatto”.

Erano così: un epifenomeno  della politica che cambiava,  a sinistra. Dicevano quello  che molti altri nel loro ambiente  pensavano ma per pudore tacevano.  Che dire di questo ritrattino  di D’Alema fatto da Velardi? “Il  leader è un narcisista, una persona  totalmente autocentrata. Chi  gli sta vicino deve evitare che esageri.  D’Alema si lamentava perché  alle 8.30 avevo letto i giornali  e cominciavo a dargli addosso:  “Hai sbagliato tutto”… “Hai fatto  tutte cazzate”… “Ti stai fottendo”.

Libri & capezzoli. Rondolino,  mentre era a Palazzo Chigi pubblicò  un libro per la Einaudi, Secondo Avviso, che conteneva due  capitoli con pagine fortemente  erotiche. Furono anticipate, nello  stupore generale, da un articolo  anonimo de Il Foglio e da uno di  Concita De Gregorio su La Repubblica.  Il primo era previsto (Rondolino  mi confessò: “L’avevo passato  io stesso a Ferrara, per una  calcolata autopromozione”). Il  secondo invece no, e conteneva  brani come questo: “Lo spettacolo  del membro di Giovanni arrossato  piantato in mezzo alle chiappe   di Beatrice è straordinario. Ezio non resiste e spruzza in faccia  alla troia”. Era troppo anche  per gli standard non troppo puritani  della seconda repubblica. La penna perfida di Vincino disegnò  un cranio lothariano con un  capezzolo in testa.

Poi su Panorama uscì un’intervista (non autorizzata)  di Giancarlo Perna a Simona  Ercolani, moglie di Rondolino:  “Ogni volta che esce una  nuova rivista porno in edicola io  e Fabrizio la compriamo e la leggiamo  insieme”. Il 20 febbraio, il  giorno dopo, Rondolino si dimetteva. Non fu una sciagura personale  ma – come ha raccontato lui  stesso – l’inizio di una nuova vita.

Carriere. Anche Latorre faceva  carriera: da segretario di D’Alema a senatore (elezioni suppletive)  e oggi vicecapogruppo Pd a Palazzo Madama. Anche Minniti  fece un balzo in avanti: da dirigente  locale a deputato, presidente  della Viola Basket di Reggio  Calabria (“Quando c’ero io  trionfava”, precisa adesso) a sottosegretario  alla difesa, con tanto  di volo con tuta sui Tornado. Il paradosso   dei Lothar è che – piano  piano – inziarono a fare ombra anche  a Mandrake. Ognuno seguendo  la sua vocazione, certo,  ma passando dal ruolo di portatori  a quello di protagonisti. Velardi  dopo palazzo Chigi divenne  consulente di immagine con la  sua agenzia Runner, poi grand commis con Reti, infine editore  con il Riformista, venduto agli Angelucci:  “Feci un sacco di soldi,  non c’è dubbio”. Gli venne persino in mente di tornare alla politica.  Da assessore al Turismo in   Campania invitò a “non andare a  votare”. Troppo anche per lui. “Era un mio collaboratore 12 anni  fa – disse D’Alema – adesso deve  dimetter si”.

L’ultima perla è uscita  postuma. Fu la giornalista Alessandra  Sardoni a  pubblicare nel suo  bel libro sulla crisi  del centrosinistra (Il  fantasma del leader,  Marsilio) un documento  inedito dei  tempi di Palazzo Chigi.  Lo avevano scritto,  nel luglio 1997,  sempre loro: Velardi  e Rondolino. Profetizzava  una strategia  per portare il lìder al Quirinale: Ma era il tono dell’analisi prospettata  a D’Alema a suonare  choccante: “Il partito, inteso come  ceto politico, è un cane morto.  Il suo stato – si leggeva nel testo  – è sotto ogni punto di vista  desolante: il gruppo dirigente nazionale  è in buona parte formato  da inetti, i gruppi dirigenti locali  sono del tutto al di sotto della funzione.  Sarebbe illusorio credere  che la nascita della Cosa 2 possa  diventare l’occasione per una rifondazione  del partito, che non  può essere rianimato. Dobbiamo  aggirare l’ostacolo. Si potrebbe  parlare di una crescente ‘staffizzazione’  del Pds. Dobbiamo pensare   il Pds come una delle componenti  del comitato elettorale  di Massimo D’Alema”. Questo intento   riuscì, ma non giovò né al leader, né alla coalizione, né al  partito. Mentre non c’è dubbio  che i Lothar abbiano trionfato.

L’ultima notizia è che D’Alema  oggi aspira alla presidenza del  Copasir, il comitato sui servizi   che è stato scippato da Francesco  Rutelli ad Artuiro Parisi e a   cui ora aspirava (legittimamente), anche Minniti. Ancora una  volta chi sale e chi scende. È vero  che Minniti nell’ultimo congresso  ha sostenuto Franceschini. Ma   il dato simbolico è un altro: per uno che è stato candidato alla  presidenza di Montecitorio, della  Repubblica, al ministero degli  Esteri europeo (senza mai arrivarci)  competere con un suo ex  lothar – forse – è una certificazione  malinconica.

(Luca Telese, Il Fatto, 31-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

L’affare di Villa Pollari

•31 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Le carte dell’inchiesta: le raccomandazioni di Pompa a don Verzè e il mistero della sede Sismi

Su Internet una villa simile si trova in vendita a 2 milioni di euro. Eppure l’uomo più fidato del premier Silvio Berlusconi quando si parla di intelligence, Nicolò Pollari, l’ha pagata 500mila euro nel luglio del 2005. Un generale di lungo corso passato da 8 anni ai servizi segreti dove si si incassano stipendi ben più sontuosi di quelli delle Fiamme gialle probabilmente può disporre di 500mila euro più altri 3-400mila per la ristrutturazione di questa villa da 400 metri quadrati coperti più 1400 scoperti con piscina e trampolino. Quello che rende questa storia, scoperta da Il Fatto quotidiano, davvero oscura non è l’origine dei soldi ma l’origine dei rapporti tra i due contraenti e l’incrocio di interessi privati e pubblici che l’affare nasconde.

A vendere quella villa a Pollari è stato il San Raffale di don Verzé. E di Pio Pompa.

Per capire cosa si nasconde dietro la siepe di alloro che circonda la villa bisogna partire dall’inizio.

Pollari, l’uomo che ha guidato il servizio segreto militare dal 2001 al novembre 2006, è indagato a Perugia insieme con il suo braccio destro, Pio Pompa, che era stato prima consulente di Pollari e poi funzionario assunto in pianta stabile nel Sismi dal 2004. Nel suo ufficio segreto di via Nazionale Pompa raccoglieva dossier sui magistrati e i giornalisti considerati ostili a Berlusconi. Il pm di Perugia Sergio Sottani ha inviato un mese fa l’avviso che chiude le indagini e prelude solitamente a una richiesta di rinvio a giudizio. Pollari e Pompa sono accusati di aver distratto “somme di denaro, risorse umane e materiali” per fini diversi da quelli istituzionali, come la redazione di “analisi sulle presunte opinioni politiche, sui contatti e sulle iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari”. Ai due ex funzionari è stata contestata anche l’indebita intrusione nella vita privata delle persone schedate. Come Il Fatto ha rivelato, sulla vicenda, per proteggere i segreti di Pompa e Pollari, Silvio Berlusconi ha opposto il segreto di Stato. Il premier non ha voluto rivelare alla Procura di Perugia (che indaga perché tra le vittime dei dossier ci sono i pm di Roma) se il Sismi avesse pagato per quelle attività e chi le avesse ordinate.

Nessun quotidiano, a parte il nostro, si è degnato di approfondire una vicenda scandalosa nella quale un premier appone il segreto per proteggere le attività di intelligence abusiva fatte dai suoi servizi proprio per tutelarlo dalle attività di inchiesta sulle sue malefatte a parte dei due contropoteri di ogni democrazia che funzioni: magistratura e stampa. In splendida solitudine Il Fatto ha cominciato a raccontare cosa c’è nelle carte dell’archivio di via Nazionale allestito con i soldi pubblici e sotto il coordinamento del capo del Sismi.

Tra i documenti inediti spicca la cartellina contenente il carteggio, risalente al 2001, tra Pio Pompa e don Luigi Maria Verzé, il sacerdote imprenditore amico di Silvio Berlusconi. Quando Pompa non era ancora entrato al Sismi ed era solo un consulente di Pollari, allora numero due del Cesis, l’aspirante agente segreto lavorava per il sacerdote che ha creato il San Raffaele di Milano e che voleva espandersi a Roma e in tutto il mondo.

Pompa, mentre vergava analisi contro i pm per convincere Pollari ad assumerlo nei servizi, scriveva a don Verzé per convincerlo a raccomandare Pollari come capo del Sismi a Berlusconi.

Nella lettera a don Verzé, sequestrata in via Nazionale, Pompa dichiara di appartenere a una lobby, che somiglia a una setta: “i raffaeliani”. Tutti amici di don Verzé, tutti pronti a muoversi all’unisono per ottenere fondi pubblici, cambi di destinazione per i terreni, e nomine. Nella lettera si legge “Caro presidente … la direzione dell’importante Organismo (il Sismi Ndr) per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e sviluppo futuro attraverso interventi che potranno assumere la seguente articolazione…”. Tra i sette progetti prioritari, Pompa indicava al punto 3 (come si può leggere sotto) quello di Mostacciano: “costituzione di un ‘centro studi’ utilizzando in affitto la villa limitrofa al Parco biomedico. Da tale struttura sarà anche possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle attività di ricerca e del business complessivo del Parco… in considerazione soprattutto delle prospettive e della mission sottese a Castel Romano. In tal senso abbiamo la possibilità di avvalerci degli ottimi rapporti di amicizia resi disponibili dall’amico N. (Pollari Ndr) con i vertici del Polo tecnologico, il Presidente Geronzi e i responsabili degli organismi deputati al finanziamento dei progetti di ricerca”.

Pompa, in sostanza, sta dicendo: “caro don Verzé, tu fai nominare Pollari al Sismi e, grazie a lui, riusciremo a fare tanti affari. Per esempio, potremo metterci insieme al Sismi per fare ricerca con fondi pubblici da usare anche per sviluppare il campus che stiamo costruendo a Castel romano, vicino a Roma. Non solo: potremo prendere due piccioni con una fava, usando come ufficio per la ricerca comune (affittandola) la villetta che sorge accanto alla sede del Parco biomedico del San Raffaele a Mostacciano”.

Pompa nei suoi documenti nomina altre tre operazioni immobiliari da effettuarsi a Roma e Olbia. Questi affari, avevano insospettito anche la Procura di Milano, che scrive nel dicembre 2006: “ deve essere devoluta alla valutazione della Procura di Roma la valutazione di documenti riguardanti operazioni immobiliari, pure sequestrati in via Nazionale a Roma, apparendone opportuno l’approfondimento”. A Roma però nessuno avvista la storia di villa Pollari. Ma cosa accade dopo quella lettera di Pompa dell’estate 2001? Berlusconi sceglie Pollari come capo del Sismi a settembre. Nel 2002 parte il campus del San Raffaele a Castel Romano. Nel 2004 Pollari assume Poma e, da capo del Sismi gradito ai “Raffaeliani”, compra una villa dal San Raffaele proprio accanto alla sede del parco biomedico che sembra proprio quella descritta da Pompa nella lettera del 2001. Nel 2006 Francesco Bonazzi su “L’espresso” scrive che in quella villa è attiva una sede del Sismi, in affitto da don Verzé. Sarà quella di Pollari?

Il Fatto Quotidiano ha contattato l’avvocato Titta Madia, legale di Pollari, che – dopo essersi consultato con il cliente – replica: “È un errore. La villa acquistata dal generale non è quella”. Sarà. Resta il fatto che i “raffaeliani”, dopo aver perorato la nomina di Pollari, hanno fatto un affare con lui. E resta un dubbio: la villetta di Pollari è stata venduta a un prezzo basso al generale per essere poi ristrutturata e usata dal Sismi?

Ieri nel cortile della villa si vedeva una casetta e un canestro giocattolo. Ma non c’erano bimbi. Solo una station wagon, una Bmw Roadster Z4 cabrio e un furgone blu.

Chissà chi ci vive. Una cosa è certa Pollari ha fatto un affarone. La magione di Mostacciano è disposta su quattro livelli: due ingressi, due saloni, sei camere, due soggiorni, cinque bagni, due vani guardaroba, lavanderia e garage, tre terrazze, giardino di 1.400 metri e una bella piscina con trampolino. La villa era stata comprata nel 1994 dal San Raffaele a un prezzo di 2 miliardi e 400 milioni, più del doppio di quanto ha pagato Pollari. Quando il 28 luglio del 2005, davanti al notaio Giancarlo Mazza, acquista la casa, il generale rappresenta con apposita procura anche la moglie. Nell’abitazione sono stati eseguiti alcuni abusi edilizi e il San Raffaele garantisce che, se il condono presentato negli anni ottanta non andrà a buon fine, Pollari non tirerà fuori un euro per integrare la sanatoria. Probabilmente per giustificare il prezzo basso, i contraenti allegano una perizia dell’ingegnere Santino Tosini nella quale si fa notare lo stato pietoso dell’immobile: gli infissi divelti dagli occupanti abusivi della casa, abbandonata per anni dal San Raffaele, gli impianti non funzionanti, le erbacce e il cancello divelto. La perizia si conclude con una frase: “lo stato del fabbricato sito in Roma, …, è totalmente fatiscente e sicuramente non agibile a meno dell’effettuazione di radicali lavori di ripristino strutturale e di rifacimento di pavimentazioni, impianti, infissi, ecc..”. Che sono stati fatti senza badare a spese. Chissà chi li ha pagati.

(Marco Lillo, Il Fatto 31-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

I ragazzi dello zoo di Bettino

•31 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Fra le varie balle che circolano su Craxi, la più  indecente è quella secondo cui nel 1992-’93 i  socialisti erano trincerati nel bunker di Craxi,  assediati da toghe rosse e giustizialisti assortiti.

La   verità è che i primi a scaricare Craxi furono proprio i  ragazzi dello zoo di Bettino: quel variopinto  caravanserraglio di nani e ballerine, prosseneti e  miliardari che si faceva chiamare Partito Socialista. Al  primo scossone i topi fuggirono dalla nave, in linea con  la tradizione italiota della fuga da Caporetto descritta da  Malaparte ne La rivolta dei santi maledetti: “Fugg ivano  gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli  adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole,  i decorati della zona temperata, i giornalisti, fuggivano i  Napoleoni degli Stati maggiori… fuggivano tutti in una  miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di  meschinerie, di fagotti, di egoismo e di suppellettili, tutti  fuggivano imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non  volevano più combattere e farsi ammazzare per loro”.

Claudio Martelli, il delfino, prometteva “rinnovamento” per “restituire l’onore ai socialisti”, esaltava “la salutare  azione dei giudici di Mani pulite”, strapazzava Craxi per  aver rifiutato di “usare la scopa o la spada contro i  corrotti”; “Bettino non lo riconosco più, mi ricorda Salò”  (30-9-92); “Ha lasciato che il malcostume si diffondesse e  ha risposto in modo improvvido alle inchieste sulla corruzione” (28-11-92).

Gianni De Michelis, che Biagi  chiamava l’Avanzo di Balera, denunciò “la gestione  lacunosa del Psi” e la “scarsa attenzione alla  degenerazione dei partiti” (19-6-92).

Rino Formica, che  ora delira di complotti internazionali, non aveva dubbi:  “Il Psi era pieno di craxini che, non riuscendo a  realizzare il socialismo, cercavano almeno un po’ di benessere” (1-11-92), “Craxi si comporta da stalinista, usa metodi autoritari e dispotici” (11-11-92).

Ferocissimo  Ottaviano Del Turco: “Non mi stupisco affatto del partito  degli affari all’interno del Psi. Ho sempre denunciato  quelli che brillano per la luce dei soldi, come Paperon  de’ Paperoni” (15-5-92); “Craxi non ha messo a  disposizione del partito alcunché. Dei conti esteri non  mi disse nulla” (8-11-94).

Perfino Paris Dell’Unto, detto  Er Roscio, sparava a zero: “Craxi non ne azzecca più una.  Più che un caso politico, è un problema sanitario”  (13-11-93); “Bettino non si rende conto che rischia di  eliminare non il Psi, ma cent’anni di storia. La gente non  ne può più di ville al mare, yacht, feste, notti al night e  mignotte” (3-5-93).

E perfino il cognatissimo Paolo  Pillitteri cannoneggiava: “Io la chiamerei Cupola per  rendere l’idea di quel che è successo fra politici e  imprenditori a Milano” (3-5-92).

Anatemi anche dal cappellano Gianni Baget Bozzo: “Craxi doveva andare a  Milano e chiedere perdono. C’è una questione morale,  prima che politica. Nel centenario del Psi bisognava  chiedere scu sa per le tangenti incassate. Persino il Pci ha dovuto dire: ho sbagliato” (11-9-92).

Francesco Forte,  reduce dai pellegrinaggi in Somalia, tuonava: “Sono stufo  di andare a comprare i giornali e sentirmi dire: ‘Ma  questo non è ancora in galera?’. Mi vergogno di essere un  politico, per giunta socialista” (9-7-92).

E Giuliano  Amato: “Molti nel partito si sono arricchiti: bisognava  buttarne via qualcuno” (26-11-92).

Intanto Craxi fuggiva  ad Hammamet e Berlusconi fingeva di non conoscerlo:  “Io a Craxi non devo nulla” (21-2-94); “Ho sempre  riconosciuto il ruolo dei magistrati nella lotta al sistema  perverso della Prima Repubblica. Tv e giornali della  Fininvest sono stati sempre in prima linea nel difendere i  magistrati e in particolare Di Pietro” (6-12-94).

La  migliore resta quella di Bobo Craxi, che a 25 anni era già  segretario del Psi milanese per discendenza diretta: “Non  mi sono mai considerato craxiano” (10-9-92).

Ecco, per i  craxiani vale quello che diceva Montanelli dei Savoia:  “Sono come le patate: la parte migliore è sottoterra”.

(Marco Travaglio, Il Fatto, 31-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Feltri cade pure su JFK

•30 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Le due prime pagine del Il  Giornale che pubblichiamo  sono entrambe di ieri e sono  andate entrambe in stampa e  distribuite in edicola. In tutte e  due è comune il titolo di apertura:  “Fermiamo gli immigrati  islamici” (un classico titolo da  Giornale dell’Amore). Ma, come  segnalato anche dal blog  nonleggerlo.blogspot.com, a  differire tra le due versioni è il  titolo sulla fotografia centrale,  la foto del 1956 – poi rivelatasi  falsa – di John Fitzgerald Kennedy  steso al sole su uno yacht circondato  da varie signorine nude  come mamma l’ha fatte.

In  una versione Il Giornale ieri titolava:  “Ecco Kennedy, mito della  sinistra. Altro che l’harem di  Silvio”. Nella seconda: “Una falso  la foto dello scandalo. Il gossip  colpisce anche Kennedy”.  Com’è è  stato possibile che siano  andate in stampa due versioni?  Semplice: nel gergo giornalistico,  una pagina che viene  cambiata all’ultimo momento  per pubblicare una notizia  dell’ultima ora, o un importante  aggiornamento, si chiama “ribattuta”. Probabilmente  due giorni fa Il Giornale aveva già mandato in stampa la sua prima  pagina (quella dell’harem)  poi, visto che in serata era arrivata  la notizia che la foto di  Kennedy era falsa, la pagina è  stata “ribattuta”. Ma era troppo  tardi: alcune copie con la prima  versione sono comunque  arrivate in edicola.

In tutto ciò non c’è niente di  strano: è compito dei giornali  dare notizie quanto più fresche  e aggiornate possibile. Colpisce,  però, nel Giornale di Feltri, come la notizia venga gestita unicamente al servizio  dell’editore, ovvero di Berlusconi.

Nella prima versione, infatti,  quando la foto è presa per  buona, il titolo è dedicato a  Kennedy: “Guardate che faceva  quello sporcaccione, cinquant’anni  fa, e voi che ve la  prendete con Silvio per qualche  escort” il senso del titolo.

Nella seconda versione il titolo  è dedicato al gossip: “La foto è  falsa, il gossip che alimenta falsi  scandali sessuali colpisce anche  Kennedy” quello che ci  suggerisce il titolo.

La notizia,  ancora una volta, è solo un pretesto:  non interessano i fatti ma  ciò che conviene al padrone.

(Federico Mello, Il Fatto, 30-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Il ministro che non lascia ombra

•30 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

È periodo di vacanze e ancora  un volta quelle del ministro  degli Esteri vengono funestate  dai problemi mondiali. Ma  Franco Frattini non sembra  farsi dettare l’agenda internazionale,  in primis il rapimento  dei due italiani in Mauritania  e le rivendicazioni di  gruppi legati alle emanazioni di  Al Qaeda in Africa. “Trattare non si  può”, sosteneva lunedì il ministro degli  Esteri italiano e allungava così i tempi della  vicenda.

Se la risposta ai terroristi non può essere la  disponibilità a discutere richieste (di denaro o più  politiche, come la liberazione di prigionieri) gli altri  mezzi nelle mani della diplomazia passano per canali  sotterranei e non ufficiali: i servizi segreti potrebbero  essere all’opera nell’area del sequestro  per raccogliere informazioni, magari con l’appoggio dei colleghi che in quelle zone sono più di casa (Francia  e Spagna). Non si può escludere che la vicenda  di Sergio Cicala e la moglie possa essere risolta con  una cifra in denaro da far avere indirettamente ai  sequestratori come pare sia accaduto in passato in  altre aree del mondo (senza nulla di ufficiale: si fa  ma non si dice – ultimo esempio le elargizioni ai capi  villaggio nelle aree di dispiegamento del contingente  italiano in Afghanistan, rivelate dal britannico Times e smentite); non è da escludere che anche altri  Paesi dall’immagine più inflessibile e integerrima  dell’Italia non lo abbiano utilizzato in passato.

Ma, anche fosse solo a copertura di una trattativa  parallela e non ufficiale, un coinvolgimento e impegno  diretto con le autorità mauritane dovrebbe  avvenire solo tra qualche giorno: Frattini ha annunciato  che si recherà in Mauritania solamente agli  inizi di gennaio, senza specificare la data, e senza  fornire dettagli che “metterebbero altamente a rischio  la vita dei nostri connazionali”, ma sostenendo  che sono stati attivati tutti i “canali” e i “contatti”.  Un  atteggiamento di prudenza forse eccessivo, che   finisce per dare l’impressione di come ancora una  volta il ministro sia preso in contropiede dagli eventi.

Durante la guerra in Georgia nell’agosto 2008 ha  seguito l’invasione dei carri armati russi per telefono  dalle Maldive assieme a ‘Lady Farnesina’, l’estetista  Chantal Sciuto (poi scaricata via sms nel febbraio  scorso e dopo nota ufficiale del ministero).  Durante l’invasione di Gaza  nel gennaio scorso il Tg1 lo intervistava  in tuta da sci. Perché  il 52enne romano (studi al liceo  Giulio Cesare, militanza  giovanile nell’estrema sinistra,  poi socialista, patito   dello sci al punto da diventare il maestro dei figli di Berlusconi  e poi laurea in giurisprudenza:  un ‘secchione’  “che dedicava molto tempo allo  studio; un ragazzo posato che  all’epoca non sembrava un predestinato”, secondo le parole di un suo amico d’infanzia) è un globe-trotter: in poco più di anno e  mezzo ha, secondo il suo Twitter , collezionato 28  giri del mondo.

Ma, come detto, l’iper-attivismo non   gli ha impedito di marcare assenza all’appello in  alcuni dei momenti chiave della politica internazionale   della quale ha proprio ieri definito le priorità:  crisi regionali come Afghanistan e Iran; sfide globali  come terrorismo e ambiente; rilancio dell’Ue (di cui  è stato Commissario europeo) e affermazione dei  diritti umani. Epperò la gestione dei dossier più scottanti  e fondamentali (anche dal punto di vista economico)  sembra sempre essere schiacciata e resa in  qualche modo evanescente dall’iperattivismo del  suo superiore: Silvio Berlusconi che ha sempre trattato  in prima persona e in modo molto personale i   rapporti con i principali partner mondiali (a iniziare  dal rapporto speciale con Putin alla grande partita   sulle forniture di greggio); a Frattini, il più giovane ministro degli Esteri della storia italiana, è rimasto  spesso il ruolo di portavoce, di puntualizzatore della  politica internazionale, senza mai uscire dall’ombra ingombrante del suo mentore politico che gli  diede i primi incarichi della sua comunque ricca carriera  governativa.

Del resto “il luogotenente di Palazzo  Chigi”, come viene etichettato in ambienti diplomatici,  è ligio nello svolgere il compito di spalla  del premier. Non senza inciampare: risultano poco  diplomatici i moniti lanciati da Frattini alle ambasciate  affinché difendano la reputazione dell’Italia  in tutti i modi possibili. “I nostri ambasciatori si sono  ridotti a scrivere lettere ai giornali stranieri per tutelare  il buon nome del presidente del Consiglio e  salvare il proprio posto di lavoro”, è l’amaro commento  di un diplomatico di lungo corso sul declino  della Farnesina.

(Stefano Citati e Emanuele Piano, Il Fatto, 30-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Il bottino di Bettino

•30 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Al momento della morte, nel gennaio del 2000,  Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva  a  10 anni per corruzione e finanziamento illecito  (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6  mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri  processi furono estinti “per morte del reo”: quelli in  cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3  anni per la maxitangente Enimont (finanziamento  illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione),  a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione  (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una  condanna in primo grado prescritta in appello per  All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione  fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.

Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi  per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed  Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato  introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati   e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli &  Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti  e operazioni fra HongKong e Bahamas, tuttora avvolti  nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie).

Finanziamenti per il Psi? No, Craxi rubava soprattutto  per sé e i suoi cari. Principalmente su quattro  conti personali: quello intestato alla società panamense  Constellation Financière presso la banca  Sbs di Lugano; il Northern Holding7105 presso la  Claridien Bank di Ginevra; quello intestato a un’altra panamense, la International Gold Coast, presso  l’American Express di Ginevra; e quello aperto a Lugano  a nome della fondazione Arano di Vaduz. “Craxi – si legge nella sentenza All Iberian confermata in  Cassazione – è incontrovertibilmente responsabile  come ideatore e promotore dell’apertura dei conti  destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo  di illecito finanziamento quale deputato e segretario  esponente del Psi. La gestione di tali conti… non  confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi,   ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite  suoi fiduciari… Significativamente Craxi non  mise a disposizione del partito questi conti”.

Su  Constellation Financiere e Northern Holding – conti  gestiti dal suo compagno di scuola Giorgio Tradati -  riceve nel 1991-‘92 la maxitangente da 21 miliardi  versata da Berlusconi dopo la legge Mammì. Sul Northern  Holding incassa almeno 35 miliardi da aziende  pubbliche, come Ansaldo e Italimpianti, e private,  come Calcestruzzi e Techint.  Nel 1998 la Cassazione dispone il sequestro conservativo  dei beni di Craxi per 54 miliardi. Ma nel frattempo  sono spariti.

Secondo i laudatores, Craxi fu  condannato in base al teorema “non poteva non sapere”. Ma nessuna condanna definitiva cita mai  quell’espressione. Anzi la Corte d’appello di Milano  scrive nella sentenza All Iberian poi divenuta definitiva:  “Non ha alcun fondamento la linea difensiva  incentrata sul presunto addebito a Craxi di responsabilità  di ‘posizione’ per fatti da altri commessi, risultando  dalle dichiarazioni di Tradati che egli si informava  sempre dettagliatamente dello stato dei  conti esteri e dei movimenti sugli stessi compiuti”.

Tutto era cominciato “nei primi anni 80” quando –  racconta Tradati a Di Pietro – “Bettino mi pregò di  aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di  Chiasso, intestandolo a una società panamense  (Constellation Financière, ndr). Funzionava cosí: la  prova della proprietà consisteva in una azione al  portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore  del conto”. Su cui cominciano ad arrivare  “somme consistenti”: nel 1986 ammontano già a 15  miliardi. Poi il deposito si sdoppia e nasce il conto  International Gold Coast, affiancato dal conto di  transito Northern Holding, messo a disposizione dal  funzionario dell’American Express, Hugo Cimenti,  per rendere meno identificabili i versamenti. Anche  lí confluiscono ben presto 15 miliardi. Come distinguere  i versamenti per Cimenti da quelli per Tradati,  cioè per Craxi? “Per i nostri – risponde Tradati – si usava il riferimento ‘Grain’. Che vuol dire grano”.

Poi esplode Tangentopoli. “Il 10 febbraio ‘93 Bettino  mi chiese di far sparire il denaro da quei conti,  per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani  pulite. Ma io rifiutai e fu incaricato qualcun alt ro  (Raggio, ndr): so che hanno comperato anche 15  chili di lingotti d’o ro … I soldi non finirono al partito,  a parte 2 miliardi per pagare gli stipendi”. Raggio  va in Svizzera, spazzola il bottino di Bettino e  fugge in Messico con 40 miliardi e la contessa Vacca  Agusta. I soldi finiscono su depositi cifrati alle Bahamas,  alle Cayman e a Panama.

Che uso faceva Craxi dei fondi esteri? “Craxi – riepilogano  i giudici – dispose prelievi sia a fini di investimento  immobiliare (l’acquisto di un appartamento  a New York), sia per versare alla stazione televisiva  Roma Cine Tv (di cui era direttrice generale  Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali)  un contributo mensile di 100 milioni di lire. Lo  stesso Craxi, poi, dispose l’acquisto di una casa e di  un albergo [l’Ivanohe] a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitú, l’autista e la segretaria”. Alla tv della Pieroni arrivarono  poi 1 miliardo da Giallombardo e 3 da Raggio.

Craxi  lo diceva sempre, a Tradati: “Diversificare gli investimenti”.  Tradati eseguiva: “Due operazioni immobiliari  a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a   La Thuile”. Bettino regalò una villa e un prestito di  500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru  Sai Baba). E il Psi, finito in bolletta per esaurimento  dei canali di finanziamento occulto? “Raggio ha manifestato stupore per il fatto che, dopo la sua cessazione  dalla carica di segretario del Psi, Craxi si sia  astenuto dal consegnare al suo successore i fondi  contenuti nei conti esteri”.

Anche Raggio vuota il sacco e confessa di avere speso  15 miliardi del tesoro craxiano per le spese della  sua sontuosa latitanza in Messico. E il resto? Lo restituì  a Bettino, oltre ad acquistargli un aereo privato   Sitation da 1,5 milioni di dollari e a disporre –scrivono i giudici– “bonifici specificatamente ordinati  da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne  che per i seguenti accrediti: 100.000 dollari al finanziere  arabo Zuhair Al Katheeb” e 80 milioni di lire («$ 40.000/s. Fr. 50.000 Bank of Kuwait Lnd») per  “un’abitazione affittata dal figlio di Craxi (Bobo, ndr)  in Costa Azzurra”, a Saint-Tropez, “per sottrarlo -  spiega Raggio – al clima poco favorevole creatosi a  Milano”. Anche Bobo, a suo modo, esule.

Quando i difensori di Craxi ricorrono davanti alla  Corte europea dei diritti dell’uomo, nella speranza  di ribaltare la condanna Mm, vengono respinti con  perdite. “Non è possibile – scrivono i giudici di Strasburgo  il 31 ottobre 2001 – pensare che i rappresentanti  della Procura abbiano abusato dei loro poter i”. Anzi, l’iter dibattimentale “seguí i canoni del   giusto processo” e le proteste dell’imputato sulla  parzialità dei giudici “non si fondano su nessun elemento  concreto… Va ricordato che il ricorrente è  stato condannato per corruzione e non per le sue  idee politiche”.

(Marco Travaglio, Il Fatto, 30-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Il grande affare: Pollari, Don Verzè e l’ombra di Berlusconi

•30 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Le carte segrete del covo del “Sismi deviato” di Pio Pompa. Migliaia di pagine e una grande ossessione: i magistrati.

Un gruppo di mitomani convinti di far parte di una setta di buoni ed eletti che doveva fronteggiare il male come nei film di Harry Potter. A leggere le carte finora segrete del covo di via Nazionale, l’ufficio segreto del servizio militare Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, c’è davvero da rabbrividire.

Finora erano stati pubblicati dai giornali alcuni estratti delle decine di faldoni sequestrati dalla Digos di Milano nel 2006.

“Il fatto quotidiano” ha visionato le migliaia di pagine dell’inchiesta e da oggi comincia a pubblicare una serie di articoli che provano a tracciare un primo quadro dell’attività del servizio deviato che ha operato in Italia dal 2001 al 2006.

Gli appunti sequestrati a Pompa dimostrano la sua ossessione per i magistrati.

Dopo l’insediamento del Governo Berlusconi nel 2001, grazie alle sue fonti sparse per gli uffici giudiziari, era in grado di controllarne le mosse. Impressionante un suo report del 2001. “da fonte certa nella giornata di sabato 11 agosto 2001 si è avuta notizia dell’acquisizione da parte dei magistrati inquirenti di un elemento di prova circa la collusione tra persona politica di primissimo piano (Silvio Berlusconi Ndr) e un magistrato relativamente al processo SME, appellato in Cassazione. Tale elemento di prova va riferito al manoscritto, depositato agli atti dal magistrato in questione, che nel giorno successivo al deposito veniva affiancato da una copia dattiloscritta la cui redazione dopo apposita inchiesta interna non risulta avvenuta come di regola presso gli uffici giudiziari”.

Pompa, in un italiano contorto, sta girando ai suoi capi una presunta “notizia bomba” su Berlusconi. Allora il premier era indagato con l’accusa di avere corrotto i giudici della contesa sulla cessione della Sme-Buitoni negli anni ottanta. Da questa accusa il Cavaliere sarà assolto con formula piena solo nel 2007 ma allora il caso lo preoccupava molto. Pompa monitorava la questione e scriveva nel suo report (probabilmente diretto a Nicolò Pollari, allora numero due del Cesis, l’organismo di cordinamento dei servizi) di avere saputo che i pm milanesi avevano trovato una sorta di “prova regina” contro Berlusconi: un documento manoscritto trovato negli atti del vecchio processo SME dal quale si capiva che un giudice non era stato il vero autore della sentenza Sme di allora, scritta in realtà da un legale amico.

Scriveva Pompa nel 2001: “Pertanto si ritiene che tale documento (quello trovato dai pm milanesi Ndr) possa essere stato dattiloscritto, in periodo precedente al deposito, altrove e più precisamente presso l’ufficio di un noto avvocato anch’esso coinvolto nell’inchiesta”. Pompa, con il suo appunto, probabilmente riferisce a Pollari perché il suo capo riferisca al grande capo di tutti: il presidente indagato.

In quel periodo Pompa è solo un consulente, ben retribuito da Pollari, e cerca in tutti i modi di convincerlo ad assumerlo. Non tutte le informazioni che veicola sono buone. E magari questa sul caso Sme è imprecisa. Ma non è questo il punto. Il dato inquietante è che un consulente di un servizio segreto lavora per ostacolare la magistratura nel suo controllo di legalità sul Governo.

Nello stesso report si parla anche del ministro Franco Frattini. Scrive Pompa: “un ultimo elemento informativo attiene ai contatti avuti dall’ex funzionario dei servizi, dottore Vincenzo Chianese (tradotto in carcere qualche giorno fa) con l’onorevole Franco Frattini. Tali contatti telefonici sono stati intercettati e risultano ora agli atti della magistratura inquirente. Qualora fossero resi di pubblico dominio potrebbero determinarsi condizioni di forte imbarazzo essendo il Chianese coinvolto nell’ambito dell’inchiesta sui servizi deviati e l’onorevole Frattini ha sponsorizzato la candidatura di Orofino (il generale Giuseppe Orofino, poi nominato vicedirettore del Cesis, l’organismo che allora coordinava i servizi Ndr) per il vertice del Sismi”.

L’indagine “imbarazzante” per Frattini era coordinata da un giovane pm sconosciuto, tale Luigi De Magistris.

Nulla sfuggiva a Pompa.

Quando il pm Felice Casson, (poi eletto in Parlamento con il Pd) si occupa di un attentato firmato dalla sigla Nta a Venezia, Pompa scrive a Pollari: “nella giornata di venerdì 10 agosto 2001 ci è pervenuta notizia da fonte certa che Casson, titolare dell’indagine sull’attentato di Venezia, sta cercando con ogni mezzo di attribuire la tentata strage all’eversione di destra”.

Quando Gherardo Colombo chiede un fascicolo ai suoi collaboratori, Pompa lo segnala.

Così se un politico di sinistra come Massimo Brutti o una giornalista come Chiara Berie D’Argentine, vanno a trovare il giudice Edmondo Bruti Liberati.

I pm per gli appunti di Pompa erano “bracci armati” di un’area “sensibile” da controllare e disarticolare. Quando vergava questi report Pompa lavorava per don Luigi Maria Verzé, il sacerdote ormai 89enne che ha creato un piccolo impero imprenditoriale anche grazie ai suoi potentissimi agganci con la politica. Proprio il sacerdote amico di Berlusconi (che lo sta curando dai postumi della Madonnina) lo aveva presentato a Pollari. Questo ex dipendente della Sip che aveva tentato di fare l’imprenditore senza successo era diventato così il perno dei rapporti tra mondi, apparentemente lontani, come dovrebbero essere la Chiesa e i servizi segreti.

In questa maionese impazzita che è il sistema di potere berlusconiano al governo da ormai un decennio, quei due mondi si incrociano e fanno affari insieme. Lo dimostrano i documenti sequestrati a Pompa e diretti a don Verzé. Vi si parla di operazioni immobiliari per centinaia di milioni di euro con gli amici personali di Silvio Berlusconi come Renato Della Valle e poi ancora di centri scientifici congiunti tra i servizi segreti e il San Raffaele e di basi comuni della Cia e del Sismi.

Poco prima della nomina di Nicolò Pollari a capo dell’intelligence militare, Pio Pompa scrive a Don Verzé: “Caro presidente le invio un report inerente le iniziative sulle quali potremo intervenire con maggiore e puntuale efficacia immediatamente dopo la nomina dell’amico N.”. Dove N. sta per Nicolò Pollari. E poi segue un elenco di sette “iniziative”, come le chiama lui.

Si va dalla nomina di un dirigente del San Raffaele (l’attuale viceministro alla salute Ferruccio Fazio) in una commissione ministeriale all’acquisizione di Palazzo Rivaldi a Roma. Al riguardo Pompa scrive a don Verzé: “aggiungo inoltre l’interesse dell’organismo a cui è destinato N. (il Sismi di Pollari Ndr) per un utilizzo parziale tramite compartecipazione finanziaria finalizzato alla creazione di un “centro studio” (nome in codice degli uffici Sismi Ndr) in eventuale combinazione con il corrispondente Organismo Usa (gestione degli aspetti sensibili della Cabina di regia)”. In questa nota Pompa sembra proporre a don Verzé di comprare a Roma un palazzo da destinare, in parte con soldi pubblici, a sede congiunta dei servizi segreti italiani e americani.

Poi si passa al punto tre: “Mostacciano: costituzione di un ‘centro studi’ (ancora! Ndr) utilizzando in affitto la villa limitrofa al Parco Biomedico (il centro studi del San Raffaele a Mostacciano, alla periferia di Roma Ndr). Da tale struttura sarà anche possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle attività di ricerca e del business complessivo del parco come prefigurato tra gli obiettivi da perseguire in considerazione soprattutto delle prospettive e della mission sottese a Castel Romano”.

Anche in questo caso, Pio Pompa, nel 2001, prima della nomina di Pollari a capo del Sismi, sta descrivendo un’operazione che poi effettivamente anche se con modalità differenti, sarà portata avanti dal Sismi e dal San Raffaele.

Accanto alla sede del Parco biomedico del San Raffaele a Mostacciano, infatti, sorge una villetta che in quegli anni era di proprietà della Fondazione di Don Verzè e che, come ha raccontato Francesco Bonazzi in un articolo de “L’espresso” nel 2006, è stata affittata al Sismi per le sue attività segrete. Preveggente, in quell’apppunto sequestrato in via Nazionale e agli atti dell’inchiesta, Pompa allora scriveva che tutti gli affari in ballo, compreso il campus biomedico di Castel Romano (che poi sorgerà nel 2002 vicino a Roma sempre sotto l’egida di Don Verzé e con la benedizione di Berlusconi) erano legati alla nomina di Nicolò Pollari al Sismi e aggiungeva: “in tal senso abbiamo la possibilità di avvalerci degli ottimi rapporti di amicizia resi disponibili dall’amico N. con i vertici del Polo tecnologico, il Presidente Geronzi e i responsabili degli organismi deputati al finanziamento e alla ricerca”.

La nomina di Pollari era funzionale a tantissimi altri affari.

Pompa scrive: “la crucialità di acquisire da parte di N. la direzione dell’importante organismo a lei ben noto per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e di sviluppo futuro attraverso interventi che potranno assumere la seguente articolazione”. E poi giù un elenco di dieci attività in Italia e una mezza dozzina all’estero.

Per i pm milanesi “l’attività che emerge dal contenuto di tali documenti sequestrati non appare in alcun modo riconducibile alle finalità e competenze istituzionali del Sismi”. Ma al pm di Perugia Sergio Sottani, che ha ricevuto gli atti per competenza, il presidente del Consiglio ha opposto il segreto di Stato. Il premier ha negato le informazioni chieste dal pm: “allo scopo di evitare danni gravi agli interessi individuati dall’articolo 39 comma 1 della legge”. Cioé “l’integrità della Repubblica”.

Chiunque può giudicare se le attività di Pompa, Pollari e don Verzé sono degne di questa tutela.

(Marco Lillo, Il Fatto, 30-12-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Cl, guai a chi la tocca

•30 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Un dirigente della sanità lombarda, ora sospeso, svela lo strapotere di Formigoni e della Compagnia

Chi attacca Comunione e Liberazione, “muore”. L’espansione del potere di CL ha assunto caratteri tali che chi si oppone a essa, o semplicemente critica lo stile della potente lobby cattolica, è sottoposto a pesanti pressioni. Esemplare il caso del dottor Enrico De Alessandri, un dirigente della sanità lombarda sottoposto a un severo provvedimento solo per aver criticato lo strapotere di CL in un sito, www.teopol.it  , nel quale De Alessandri pubblica un dossier in cui è illustrato l’assalto al potere in una regione che gestisce un bilancio da 20 miliardi di euro, pari a quello di un piccolo Stato.

De Alessandri è stato sospeso dal lavoro per un mese, dal 16 novembre al 16 dicembre di quest’anno, con l’avviso che se non toglierà dal web le sue considerazioni seguiranno provvedimenti più pesanti. Un dettaglio che la dice lunga sulla vicenda è il fatto che la comunicazione del 20 ottobre è firmata dal dirigente del personale della Regione, Michele Camisasca, nipote del famoso Massimo Camisasca, il sacerdote che è stato una delle figure chiave del movimento (dal 1985 è superiore generale della “Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo”), nonché storiografo ufficiale di CL.

Il provvedimento disciplinare è arrivato dopo una serie di richiami scritti. Una comunicazione del 18 settembre proponeva addirittura un patteggiamento: “La riduzione della punizione a soli dieci giorni in cambio dello stop alla pubblicazione del libro (…)”. Ma il dottor De Alessandri, che è stato direttore del Centro regionale emoderivati della Regione Lombardia e che lavora attualmente presso l’Assessorato alla sanità della Regione Lombardia, intende resistere, esercitando il diritto di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Le sue critiche, infatti, non sono rivolte al datore di lavoro ma all’occupazione del potere in Lombardia da parte di un movimento religioso, CL appunto.

I consiglieri regionali di Verdi, Pd e Sinistra hanno subito presentato un’interpellanza urgente alla Giunta. Nell’interrogazione, presentata il primo dicembre, il consigliere regionale Mario Agostinelli parla di “un gravissimo intento persecutorio nei confronti del dott. De Alessandri” e interroga la Giunta regionale per sapere se non ritiene “di sospendere immediatamente l’azione in atto, con l’integrazione da subito nell’attività lavorativa e nella relativa retribuzione”. A difendere De Alessandri c’è ora un luminare del diritto: il professor Vittorio Angiolini, già legale della famiglia Englaro nella difficile battaglia sulla fine di Eluana.

Cosa racconta De Alessandri nel suo dossier? La tesi di fondo del libro è che CL abbia costituito una situazione di potere monopolistico nell’ambito di un’importante istituzione pubblica come la Lombardia, attraverso un’occupazione “militare” da parte dei suoi esponenti di tutti i centri di potere: dai direttori generali ai dirigenti delle unità organizzative nei più importanti assessorati; dai direttori generali delle pubbliche aziende ospedaliere ai primari; dagli amministratori delegati ai presidenti delle società di trasporto; dai direttori generali degli enti e delle agenzie regionali ai consigli di amministrazione delle società a capitale pubblico della Regione Lombardia operanti in ambiti strategici come le infrastrutture, la formazione, l’ambiente, costituendo, di fatto, una pericolosa situazione di potere “dominante”.

De Alessandri spiega al il Fatto Quotidiano: “La distribuzione dei fondi pubblici privilegia in misura schiacciante le imprese della Compagnia delle Opere rispetto all’intero mondo imprenditoriale lombardo”. L’opposizione regionale lombarda ha definito la sospensione dal lavoro di De Alessandri “un provvedimento persecutorio”. Certo, nel suo dossier, De Alessandri porta fatti, nomi e cifre inquietanti. “Se nelle altre regioni si può legittimamente parlare di ‘primari di partito’ e di ‘manager di partito’, in Lombardia si parla quasi esclusivamente di ‘primari di CL’ e di ‘manager di CL’”. De Alessandri stigmatizza anche il comportamento di coloro “che mettono nel curriculum la loro foto con don Giussani”. “Dietro al mondo delle nomine, c’è tutto un universo di convenzioni, accreditamenti, assegnazioni di incarichi e appalti che vedono primeggiare un gruppo su altri. Il ciellino Guido Della Frera, ex braccio destro del governatore lombardo, abbandona nel 2003 l’incarico di Assessore regionale per fare l’imprenditore nel settore della sanità privata. Non passano cinque mesi e una società di cui era azionista, il Polo geriatrico riabilitativo di Cinisello Balsamo, ottiene dalla Regione l’accreditamento presso il Servizio sanitario nazionale di 141 posti letto a uso riabilitazione. La struttura è privata, ma il ricovero lo paga lo Stato. Da allora per Della Frera è stata una marcia trionfale. Nel 2004 Formigoni ha accreditato il Polo geriatrico con altri 246 posti per la sede di Milano città, dando contestualmente il via libera a un’altra società del suo ex braccio destro, la Polo Riabilitativo srl, per la costruzione di una nuova struttura con 216 posti letto fra degenza, day hospital, emodialisi, radiologia e altro ancora”.

Il dirigente compone un quadro preciso: “Tra le tante mostruosità istituzionali introdotte dal governatore lombardo, mi limito a citare un esempio giudicato di eccezionale gravità da alcuni stessi consiglieri regionali. Si tratta di Infrastrutture Lombarde, la società per azioni creata dalla Regione Lombardia per promuovere le nuove infrastrutture (costruzioni di ospedali, svincoli autostradali), duramente contestata già all’inizio della sua istituzione: il Presidente della Regione controllerà tutti gli appalti, togliendo ogni possibilità di controllo al Consiglio regionale, hanno dichiarato alcuni consiglieri regionali dell’opposizione. Una situazione esplosiva per la democrazia”.

Com’è riuscito Formigoni a consolidare un potere tanto assoluto? Secondo De Alessandri, “anzitutto decapitando i vertici della dirigenza regionale e sostituendoli con esponenti di CL. La carica di segretario generale, ovvero la prima carica dirigenziale della Regione Lombardia è, da oltre quattordici anni, saldamente occupata dal ciellino Nicola Maria Sanese, soprannominato il vice governatore. Le cariche di direttore generale nei più importanti assessorati sono strettamente legate all’appartenenza a Comunione e Liberazione. Le unità organizzative più strategiche sono anch’esse dirette da esponenti del movimento fondato da don Giussani. Nicola Maria Sanese è un nome storico tra gli organizzatori dei meeting di Rimini unitamente al ciellino Roby Ronza, che Formigoni ha nominato Delegato per lo sviluppo e consolidamento delle relazioni internazionali”.

Quello descritto da De Alessandri è un sistema pervasivo.

“Il ciellino Raffaele Cattaneo occupava nella scorsa legislatura la seconda carica dirigenziale della Regione: quella di vice segretario generale. Nominato sottosegretario regionale all’inizio della presente legislatura, detiene attualmente la carica di Assessore regionale alle infrastrutture e mobilità. Non solo: Raffaele Cattaneo è, dal 2004, presidente del consiglio di sorveglianza di Infrastrutture Lombarde Spa, di Lombardia Informatica e, come se tutto questo non bastasse, è membro del Cda della Sea, la società di gestione degli aeroporti di Milano. Oltre a loro, tra i fidatissimi, figura Giulio Boscagli, Assessore alla famiglia e alla solidarietà sociale. E ancora Romano Colozzi, al quale non a caso spetta la responsabilità della ‘cassaforte’ regionale: Romano Colozzi è Assessore alle risorse e finanze”.

Il blocco di potere ciellino è fortissimo anche ai vertici delle fondazioni sanitarie: “Nel luglio 2009 Formigoni ha nominato Giancarlo Cesana, nome storico di CL, presidente del Policlinico Mangiagalli”, scrive De Alessandri. “Il ciellino Alberto Garocchio è stato nominato nel consiglio di amministrazione dell’Istituto dei tumori, Cosma Gravina nel cda dell’Istituto neurologico Carlo Besta. Il ciellino Luigi Roth è stato invece confermato nel consiglio di amministrazione del Policlinico Mangiagalli. Luigi Roth, già Presidente di Fondazione fiera di Milano, detiene il record delle cariche cumulative: nel marzo 2009 Formigoni lo ha nominato alla guida del consorzio destinato a realizzare un’opera colossale, la Città della salute di Milano. Roth è, contemporaneamente, Presidente di Terna Spa, membro del consiglio di amministrazione della Cassa di risparmio di Ferrara, Presidente della Banca popolare di Roma. Inoltre, opinionista de Il Sole24Ore, Avvenire, La Nazione. Il ciellino Claudio Artusi, già ad di Fiera Milano Spa, è attualmente ad di CityLife. Nel 2004 CityLife acquistò dalla Fiera guidata da Artusi parte del quartiere della vecchia fiera cittadina, su cui dovrebbe prendere forma il progetto firmato da Isozaki, Liebeskind e Hadid. Intanto Roth è stato nominato nel cda della Cassa di risparmio di Ferrara e alla presidenza della controllata Popolare di Roma”.

CL allarga il suo potere anche ad ambiti della finanza cattolica tradizionalmente ostili. “Dopo una lunga battaglia dentro la Banca popolare di Milano, la sconfitta di Mazzotta ha aperto le porte alla presidenza di Massimo Ponzellini. Ma al suo fianco come vicepresidente, avrà Graziano Tarantini, che ha fondato e fatto crescere la Compagnia delle Opere di Brescia. Avvocato 49enne, con alle spalle una grande esperienza nella finanza, già da anni Tarantini rappresenta nel consiglio della banca milanese per antonomasia l’anima della Compagnia. Nel consiglio di amministrazione dell’ente presieduto da Giuseppe Guzzetti, invece, la galassia della Compagnia è rappresentata dal milanese Angelo Abbondio”, segnala il dossier di De Alessandri. Che commenta: “Chiunque abbia tentato di opporsi allo strapotere di CL è stato emarginato”. Difficile sapere come finirà la sua coraggiosa battaglia. Ma a De Alessandri piace citare il passo di un articolo di Eugenio Scalfari del 13 ottobre 2008: “Un sistema di potere come quello di Formigoni, CL, non esiste in alcun punto del Paese, nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell’assistenza, nell’università, tutto è diretto da 4-5 persone che hanno anche una specie di cenobio dove ogni tanto si ritirano, sotto voti di castità o qualcosa di simile”.

(Ferruccio Pinotti, Il Fatto, 30-12-2009)

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