D a quando Prodi ha lasciato Bruxelles non si conta più una sola personalità italiana (eccetto l’“indiana” Sonia Gandhi) in posizione di comando in un qualsiasi centro nevralgico del pianeta. Neppure in Europa. Tutte le candidature presentate dal 2001 a oggi dai governi Berlusconi sono state fallimentari.
Ultima quella di Mario Mauro alla presidenza del Parlamento europeo: non è stata appoggiata neppure dal suo partito, il Ppe. Peggio, nel 2004 Berlusconi bruciò per motivi di bassa cucina la riconferma alla Commissione di Mario Monti, uno dei pochi italiani ascoltati all’estero. Sergio Romano sul Corriere della Sera del 24 luglio 2004: “Le dichiarazioni e le immagini di Monti hanno fatto molto più di qualsiasi campagna propagandistica per distruggere il mito dell’Italia fannullona e pulcinellesca… Monti è un asset che sarebbe assurdo lasciare al mercato”. Invece, a guadagnarci è stata Goldman Sachs che si è accaparrata Monti seduta stante.
Cinque anni fa, mentre Prodi e Monti cedevano i loro cospicui portafogli, gli spagnoli ottenevano non una ma 4 cariche di assoluto rispetto: Rodrigo Rato al Fondo monetario, Borrell alla presidenza del Parlamento europeo, Solana alla Pesc (Politica Estera) e Almunia al prezioso posto di Commissario agli Affari Economici. Come avevano fatto? Semplice: quando Aznar era al governo, Madrid sostenne la candidatura di Solana, benché fosse socialista; e quando al governo andò Zapatero, Madrid candidò al Fondo monetario Rodrigo Rato, benché ex-ministro di Aznar.
Anche nei gradi alti della Commissione l’Italia è retrocessa su posizioni da piccolo Stato membro, e non solo a causa dell’allargamento a 27. Più banalmente, al rinnovo della Commissione nel 2004 il governo Berlusconi non negoziò; così si persero due Direzioni di peso (Affari economici e Industria) per guadagnarne una minore (Società dell’Informazione) e una dimezzata (Cooperazione allo Sviluppo, senza la gestione dei fondi).
Ora, se la candidatura di Blair alla presidenza dell’Ue cadesse definitivamente, si offrirebbe al nostro Paese l’ultima occasione di afferrare al volo un altissimo incarico: quello di responsabile della politica estera europea, che porta in dote un corpo diplomatico nuovo di zecca, fondi di bilancio e la vice-presidenza della Commissione. “C’è una marea nelle vicende umane, che colta al flusso conduce alla fortuna” si legge nel Giulio Cesare di Shakespeare “Ma se non viene colta, tutto il viaggio di una vita finisce nelle secche e nella miseria”.
Con altre parole l’ha confermato anche Poul Rasmussen, che da segretario del Pse sta raccogliendo i consensi dei socialisti europei sul nome di D’Alema: “Sarebbe strano che il governo italiano non appoggiasse un suo concittadino per un incarico così prestigioso”. Strano? A dire il vero, i governi Berlusconi-Tafazzi vantano un primato internazionale di scelte autolesioniste: non solo i casi Monti, Bonino, Buttiglione, Mauro all’Unione europea, ma pure l’incredibile precedente di Antonio Martino. Nel 2003 fu invitato da influenti membri della Nato a candidarsi alla massima carica dell’Alleanza Atlantica; aveva la vittoria in tasca ma lui rifiutò l’incar ico.
Anche stavolta il governo è partito col piede sbagliato. Al Consiglio europeo del 30 ottobre il ministro degli Esteri Frattini dichiarava che la riconferma di Tajani, attuale Commissario, era fuori discussione. Il ché equivaleva a bruciare la candidatura D’Alema alla Pesc, dato che questo alto incarico elimina l’altro posto di Commissario italiano. Immediata smentita di Palazzo Chigi, accompagnata da un primo cauto accenno di sostegno a D’Alema. Ma perché cauto? Non sarebbe doveroso, in una partita così importante, mettere sul piatto della bilancia tutto il peso dell’Italia?
Ecco affiorare di nuovo, come nel 2005, i tentennamenti motivati da bassa cucina interna. Primo dubbio: scaricare il fido Tajani? A Bruxelles nessuno lo immagina capace, benché abbia giurato fedeltà all’Europa, di far torto al governo che l’ha beneficiato di una prebenda ben superiore alle sue aspettative. Secondo dubbio: ci si può fidare di D’Alema? Su questo punto Berlusconi può star tranquillo. Il Leader Maximo ha tenuto finora un atteggiamento irreprensibile, “istituzionale”. Le sue credenziali in politica estera sono indubbie. E se si esaminano i trascorsi alla Farnesina, si scopre che ha nominato più direttori generali progressisti Tremonti al ministero dell’Economia di quanti ne ha nominati D’Alema come ministro degli Esteri. Contare per credere. Il governo può star tranquillo.
(Giuseppe Cassini, Il Fatto, 08-11-2009)
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