Pentiti e processi soft: quel "programma di governo"

•9 febbraio 2010 • Lascia un commento

Quello che finora si era capito lo avevano spiegato i giudici del processo a Marcello Dell’Utri. Per loro, che in primo grado hanno condannato il senatore azzurro a 9 anni di carcere, l’accordo tra Bernardo Provenzano e il braccio destro di Silvio Berlusconi è certo. Provato. Per questo, già nel 2004, il tribunale considerava: "La promessa di aiuto politico a Cosa Nostra, proveniente da un soggetto che, in quel determinato momento storico, si poneva quale organizzatore di un nuovo partito [Dell’Utri], aveva un effetto rassicurante per il sodalizio criminale; lo orientava verso il sostegno a Forza Italia [...]. Siffatta condotta rafforzava Cosa Nostra che [...], addirittura contava sui massimi vertici della politica nazionale. Una promessa reputata, in quel frangente, seria ed affidabile, in quanto proveniente da un soggetto influente che, in passato, aveva dato buona prova di sé".

Conclusioni raggelanti, fin qui passate nel silenzio quasi totale della politica, che però non si discostano di una virgola da quanto raccontato ieri da Massimo Ciancimino. In sei anni di dibattimento contro Dell’Utri, infatti, testimoni, pentiti, investigatori e qualche intercettazione, hanno finito per cucire addosso al senatore lo scomodo vestito di referente delle cosche, prima per gli affari al nord, e poi per la politica.

Un legame antico il suo. Nato nella Palermo degli anni ‘60 e proseguito, per il tribunale, almeno fino al 1999. Tanto che proprio in quell’anno una serie di mafiosi legati a Provenzano vengono intercettati da una cimice mentre spiegano che Enzo Zanghì, un cugino di don Vito Ciancimino (padre di Massimo), ha dato l’ordine di votare Dell’Utri. Il senatore, infatti, stando a quanto dirà nel 2001 in un’altra intercettazione ambientale il capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, aveva "preso degli impegni", ma dopo le europee del ‘99 non si era più fatto vedere perché il boss Gioacchino Capizzi, "con cui parlava" era stato arrestato.

Ora Ciancimino junior dice che gli incontri tra il politico e i boss sono proseguiti fino almeno fino al 2001-2002. E che i faccia a faccia, stando al racconto di suo padre, avvenivano anche con Provenzano. Dal punto di vista processuale, è una conferma di peso. Perché del presunto legame Provenzano-Dell’Utri e di quello con Berlusconi, hanno già parlato molti collaboratori di giustizia. Il più importante è Nino "Manuzza" Giuffrè, il boss di Caccamo, ritenuto dai tribunali pienamente attendibile. Nei suoi verbali Giuffrè ricostruisce i mesi della seconda presunta trattativa, e spiega perché la mafia nel 1994, decise di appoggiare in massa Forza Italia.

Manuzza ricorda una serie di riunioni, avvenute a cavallo tra il ‘93 e il ‘94, in cui Provenzano ragiona di politica e parla della probabile discesa in campo del Cavaliere. Sono discussioni tra boss "molto approfondite" che si concludono quando Provenzano riceve precise "garanzie" sui punti che interessano i clan. "Oltre al discorso dei pentiti, oltre al discorso dei beni, oltre ad un alleggerimento dei processi, oltre ad un alleggerimento della pressione delle forze dell’ordine, c’era un altro argomento, che Binu ha messo sul tavolo: la revisione dei processi", dice Giuffrè in perfetta assonanza con il papello di Ciancimino.

È per questo che Provenzano chiude la stagione delle stragi e decide di far inabissare la sua organizzazione? Sì, secondo i magistrati. Dell’Utri, spiegano i pentiti, ha infatti detto che per risolvere i problemi "ci vogliono dieci anni". Ma che è necessario "non far rumore". Del resto, proprio in quel periodo il programma politico di Cosa Nostra finisce anche su un documento scritto. Ed è un programma semplice, addirittura banale. "Amnistia di cinque anni. Indulto di tre. Erano in commissione giustizia. Ora dovrebbe farla il nuovo governo" confida nel febbraio del ‘94, al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, il boss Luigi Ilardo.

Riccio ha con il confidente decine di colloqui. A volte li registra, a volte prende appunti. Nelle sue agende, sequestrate nel ‘97, a pagina 32, si legge: "Quelli di Forza Italia hanno promesso che in caso di vittoria entro 6 mesi regoleranno ogni cosa a loro favore. Palermitani dietro le stragi, siciliani dietro gli attentati in Italia".

E a pagina 42: "Prov. (Provenzano) molto cambiato, parla di pace sintomo di debolezza. Spera in Forza Italia fra 5-7 anni tutto dovrebbe ritornare un po’ come prima". Pagina 49: "Andranno contro il partito dei magistrati, la gente non ne può più, mancano i lavori delle grandi aziende c’è solo repressione lotta alla mafia e nient’altro in alternativa protesta operaia [...] aspettano un nuovo partito o schieramento".

Ilardo, è vero, non può più confermare. È stato ucciso. E Riccio, grande accusatore del generale Mario Mori, va preso con le pinze. È stato coinvolto in una brutta storia di droga e ha più di una ragione per avercela con i suoi ex superiori. Ma i suoi appunti sono lì. Certamente autentici. Anche per questo ora le parole di Ciancimino junior fanno tanta paura. Denunciarlo per calunnia, come annucia Niccolò Ghedini, è semplice. Vincere gli eventuali processi è tutta un’altra storia.

 

(Peter Gomez, Il Fatto, 09-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano

Caro Silvio ti scrivo

•9 febbraio 2010 • Lascia un commento

Ciancimino jr. mostra la lettera del padre a B.: "Forza Italia nata dalla trattativa Stato-mafia". Alfano: un piano per colpirci

Il "pizzino" è senza data, la scrittura è quella di don Vito Ciancimino, i nomi annotati segnano il percorso di una storia imprenditoriale parallela ed occulta: "Berlusconi-Ciancimino, Marcello Dell’Utri Milano truffa e harcore Ciancimino Alamia, Dell’Utri Alberto". Una storia che torna oggi a distanza di oltre 30 anni raccontata dal figlio dell’ex sindaco mafioso che in aula rivela: "Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia". E per confermare le sue accuse tira fuori una lettera di scritta dal padre ma concordata con Provenzano nel 1994 e indirizzata a Dell’Utri (l’intestazione nel pizzino ritrovato, è saltata), e per conoscenza a Berlusconi, in cui don Vito minaccia di "uscire dal mio riserbo che dura da anni".

È la versione definitiva, inviata al destinatario attraverso il signor Franco, di una "bozza" che invece Provenzano avrebbe voluto più intimidatoria, minacciando un "triste evento", e cioè l’omicidio di uno dei figli di Berlusconi.

Don Vito l’avrebbe trasformata nella minaccia di parlare, sempre in perfetto stile mafioso. E che cosa minacciava di rivelare Ciancimino? Massimo risponde sicuro "che Forza Italia era nata dalla trattativa". Ma tra i segreti custoditi da don Vito come oggetto del possibile ricatto il pensiero corre anche agli investimenti di Milano 2, visto che il testimone ha parlato, dopo averli consegnati ai pm, di documenti manoscritti dal padre sul contributo di miliardi che Cosa Nostra, per suo tramite, avrebbe dato ai cantieri che proiettarono il futuro presidente del Consiglio nell’olimpo dell’imprenditoria italiana.

Adesso il "pizzino", assieme ad altri documenti e nuovi verbali di Massimo Ciancimino, è stato trasmesso alla procura generale che dovrà valutare se chiedere di nuovo l’audizione di Cianci-mino nel processo Dell’Utri, la cui requisitoria è ormai in via di conclusione. L’odore dei soldi mafiosi sulla direttrice Palermo-Arcore e l’ombra del ricatto alle istituzioni si spandono dunque nell’aula bunker dell’Ucciardone nella deposizione choc di Massimo Ciancimino, che scuote, come le parole del pentito Spatuzza, il dibattito politico.

Il ministro Alfano replica indignato: "Forza Italia ha emozionato milioni di persone, mai avuti contatti con la mafia". Per Dell’Utri il teste è "manovrato dai pm di Palermo", il generale Mario Mori, imputato nel processo per la mancata cattura di Provenzano, si lascia scappare una metafora militare: "Dice minchiate a nastro, come una mitragliatrice". Per la prima volta Ciancimino jr parla di un’unica trattativa tra mafia e pezzi dello Stato, collocandovi al centro il padre, tradito e sostituito, a suo dire, da Dell’ Utri, ma rimasto comunque "consigliori" politico di Provenzano.

Sentiamo Massimo sulla "posta" del ricatto: "Vidi per la prima volta quel pizzino consegnatomi da Provenzano nel 1994, lo portai a mio padre detenuto a Rebibbia e glielo lessi. Lui poi scrisse la lettera. E mi disse di avere avuto l’idea di scrivere a Berlusconi dopo un’intervista che aveva rilasciato a Repubblica nel 1977 in cui diceva che avrebbe messo a disposizione una rete televisiva di un amico se fosse sceso in campo in politica".
Nasce così la lettera di minaccia che Ciancimino jr. spiega in questo modo: "Il ruolo di mio padre era quello di richiamare il partito (Forza Italia, ndr.) a tornare un poco sui suoi passi e di non andare fuori dai ranghi, Berlusconi era il frutto di questi accordi".

Un richiamo a Forza Italia, insomma, in puro stile mafioso. Che, però, si tinge di "giallo". Il pizzino verrà ritrovato anni dopo, nel 2005, durante una perquisizione in un magazzino dell’azienda di Massimo, ma spezzato a metà, con la parte superiore mancante. "Ho svuotato la cassaforte ma quel foglio mi è sfuggito, l’ho visto intero fino a due mesi prima della perquisizione", ha detto il testimone che ha ribadito le sue accuse ai carabinieri di non aver aperto la cassaforte di casa sua, all’Addaura, ma anche quella, "ancora più grande", della sua casa di Roma rivelando di aver ricevuto suggerimenti da parte dei servizi, ma anche dell’ufficiale del Ros De Donno, di non parlare della trattativa.

E per spiegare il suo "centellinare" la produzione di documenti in procura, ha rivelato che 15 giorni prima dell’arresto venne avvertito di portare all’estero tutta la documentazione. Con tutte le difficoltà per tornarne in possesso.

(Giuseppe Lo Bianco, Il Fatto, 09-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano

Pericolo Bertolaso

•8 febbraio 2010 • Lascia un commento

Gli architetti contro la nuova "Protezione civile spa": crea distorsioni nel mercato e riduce la concorrenza

"Chi protegge il mercato dalla protezione civile?" Gli architetti romani hanno girato questa domanda ad Antonio Catricalà, presidente dell’autorità Antitrust. Amedeo Schiattarella, presidente dell’Ordine degli architetti di Roma ha scritto infatti una lettera al garante per segnalare "un nuovo provvedimento legislativo profondamente lesivo della concorrenza nell’ambito del mercato della progettazione architettonica in Italia".

Il riferimento è al decreto legge che dovrebbe permettere la trasformazione della Protezione civile in una società per azioni. Allargando di fatto il suo campo d’azione e soprattutto diminuendo i livelli di trasparenza negli appalti in nome della rapidità invocata nelle situazioni di emergenza.

Almeno questo è il rischio paventato da più parti. Di certo Guido Bertolaso, capo della protezione civile ormai agli sgoccioli della pensione e forse in procinto di diventare ministro, non assisterà agli effetti di questo terremoto giuridico.
Leggi speciali. "In Italia assistiamo continuamente alla creazione di leggi speciali: tutto è emergenza e caso eccezionale" spiega Schiattarella al Fatto Quotidiano "ciò determina un’alterazione del libero mercato e della concorrenza. E’ come se noi avessimo paura di affrontare la via ordinaria in favore delle scorciatoie. Cos’è l’emergenza? La costruzione delle opere per l’Expo di Milano o per gli stadi del nuoto a Roma? O magari le Olimpiadi? Ogni volta si devono inventare meccanismi particolari, invece di seguire le norme già esistenti".

Nella lettera si dà conto della battaglia che l’Ordine degli architetti da anni conduce contro tutte quelle "società in house" che per conto delle pubbliche amministrazioni "svolgono vere e proprie funzioni da società di ingegneria di proprietà pubblica, sottraendo ulteriori spazi di libera concorrenza sul mercato della progettazione delle opere pubbliche e contribuendo, in molti casi, ad abbassare il livello complessivo di qualità del progetto".

Gli appalti. Il decreto prevede la costituzione di Protezione Civile spa, una società pubblica di proprietà della presidenza del Consiglio che avrà tra le sue competenze "la progettazione, la scelta del contraente, la direzione lavori, la vigilanza degli interventi strutturali ed infrastrutturali, nonché l’acquisizione di forniture o servizi rientranti negli ambiti di competenza del Dipartimento della protezione civile". Non sarà un po’ troppo? E’ la domanda che si pongono in molti. "Nulla di personale con Bertolaso che conosco e stimo" affermava qualche giorno fa in un’intervista al Sole 24 Ore Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori "ma la Spa della protezione civile è un altro segnale della volontà di procedere negli appalti pubblici con procedure straordinarie ed emergenziali in deroga alle regole ordinarie. Una cosa del genere non può passare con un decreto legge senza che si svolga un ampio dibattito". E Buzzetti si spinge anche più in là affermando che "il decreto legge presenta profili di incostituzionalità. Lo dicono anche autorevoli esponenti della maggioranza. Torniamo ai tempi dello Stato costruttore. Incredibile".

Gli architetti hanno scritto anche a lui, in quanto rappresentante dell’Ance. "Quando ho letto le sue dichiarazioni in quell’intervista ho ritrovato le mie stesse preoccupazioni" prosegue Schiattarella "e giusto una decina di giorni fa il problema della protezione civile era stato sollevato durante l’assemblea nazionale dei presidenti dell’Ordine degli architetti. Il punto è che la ricostruzione post terremoto non ha a che vedere con l’emergenza. Riportare in vita il centro storico de L’Aquila è un’operazione culturale, che coinvolge il rapporto tra antico e moderno. E’ giusto affidarla a due pensatori o non è piuttosto un argomento di dibattito sociale, d discussione collettiva? Inoltre non capisco chi farà da controllore degli interessi generali se un unico soggetto è finanziatore, progettista ed esecutore".

L’emergenza. In Italia, si sa, il concetto di emergenza, che dovrebbe motivare il ricorso alla Protezione Civile spa, è quanto mai esteso. Su questo è d’accordo Stefano Riela, professore dell’Università Bocconi, direttore scientifico della Fondazione ResPublica ed esperto di tematiche antitrust: "Secondo le regole dell’Unione europea si possono sospendere le regole del mercato interno in caso di problemi per la sicurezza dei cittadini, si può derogare solo in casi eccezionali. Però va detto che il trattato di Lisbona entrato in vigore mesi fa ha declassato la concorrenza da obiettivo a strumento".
Il punto è che il concetto di emergenza non è definito da nessuna parte e bisogna valutare caso per caso. "Sono decisioni politiche, è difficile decidere oggettivamente cosa è emergenza e cosa non lo è. Però ricordiamoci che in Francia il presidente Nicolas Sarkozy utilizza ampiamente questa disapplicazione delle regole di concorrenza in settori considerati strategici come trasporti, difesa e telecomunicazioni. Per minimizzare il rischio di opacità la protezione civile dovrebbe giustificare ogni qualvolta una decisione viene presa senza effettuare una gara pubblica, ad esempio". Ora non resta che aspettare per conoscere l’opinione del Garante. "Se Catricalà ravviserà degli estremi per convocarci" conclude Schiattarella "andremo a raccontare le nostre ragioni".

 

(Rosaria Talarico, Il Fatto, 07-02-2010)
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Quel trappolone del 92

•8 febbraio 2010 • Lascia un commento

La strana storia dell’agente della Cia che tentò di mettere il naso dentro Mani Pulite

Mani pulite è, come qualcuno adombra in questi giorni, un complotto ordito dalla Cia? A restare ancorati ai fatti, nella storia dell’inchiesta anticorruzione si trova qualche segnale della presenza dell’agenzia americana. Ma in azione contro l’inchiesta e contro Antonio Di Pietro.

L’ombra della Cia si materializza al Palazzo di Giustizia di Milano fra la primavera e l’estate del 1992. Un avvocato si presenta nell’ufficio del pm Piercamillo Davigo. È Franco Sotgiu, difensore dell’architetto Bruno De Mico, già protagonista dello scandalo delle “Carceri d’oro”. De Mico, annuncia Sotgiu, ha importanti comunicazioni da fare, ma non vuole essere visto dai giornalisti. Si avvia una lunga trattativa sul luogo dell’incontro. Il legale propone un appartamento. Davigo comincia a insospettirsi: abituato alla prudenza, il pm esclude incontri sull’inchiesta fuori dai luoghi deputati, il Palazzo di Giustizia, le caserme… Impone un appuntamento nella caserma dei carabinieri di via Moscova. De Mico accetta e dopo molte esitazioni racconta che ci sono “ambienti americani” disponibili a dare una mano al Pool, per garantire la sicurezza dei magistrati e aiutarli a riportare in Italia i latitanti.

Questi “ambienti americani” – continua De Mico – per entrare in azione attendono un segnale: la partecipazione di un magistrato del Pool, preferibilmente Di Pietro, a “60 Minutes”, programma tv della Cbs. Davigo esce dall’incontro perplesso: in questa storia in cui si evoca la Cia sente odore di bruciato. Sa che la magistratura italiana non può avere rapporti con i servizi segreti. Pensa: “Questo è un trappolone”. Che cosa succederebbe se qualcuno riuscisse a dimostrare che Mani Pulite ha accettato collaborazioni illegittime? Così stende un rapporto al procuratore Francesco Saverio Borrelli e, per non sbagliare, apre un procedimento penale a carico di De Mico e di ignoti per il reato previsto dall’articolo 246 del Codice penale: spionaggio per conto di Stati stranieri.

Le perplessità aumentano quando l’avvocato Sotgiu telefona al numero riservato di casa di Davigo chiedendo un nuovo incontro in tempi brevissimi, a quattr’occhi: “Le devo parlare, vengo a casa sua”. Il magistrato rifiuta: “A casa mia non se ne parla. Se vuole, ci vediamo nel suo studio”. Ci va con due ufficiali dei carabinieri: uno lo accompagna all’incontro; l’altro, a capo di una piccola squadra, controlla l’esterno per verificare eventuali presenze. Sotgiu, come già De Mico, si rifiuta di verbalizzare. Davigo allora se ne va, lasciando sul posto il carabiniere, che come ufficiale di polizia giudiziaria può avvalersi di “fonti confidenziali”.

In questo e poi in un secondo incontro con l’ufficiale, Sotgiu ribadisce la disponibilità di non meglio specificati “ambienti americani” a consegnare alla giustizia alcuni latitanti: sostanzialmente Silvano Larini, amico di Bettino Craxi e postino delle sue tangenti. Purché nessuno faccia domande sui sistemi usati per rintracciarli e rimpatriarli. L’ufficiale, opportunamente istruito, non solo non dà alcuna garanzia d’impunità per i misteriosi protagonisti del blitz, ma diffida apertamente l’avvocato dal commettere reati. Con questo, i rapporti si interrompono.

Borrelli, costantemente informato dai rapporti scritti di Davigo e dei carabinieri, si allarma: sono in atto interferenze straniere? Assieme al procuratore generale Giulio Catelani decide di coinvolgere il capo dello Stato. I due magistrati chiedono udienza a Oscar Luigi Scalfaro, che li accoglie con una grande cortesia che diventa però freddezza e imbarazzo, via via che Catelani e Borrelli spiegano il motivo della visita. Il presidente fa capire che la questione non è di sua competenza e li congeda.

Un anno dopo, arriva una seconda, inattesa puntata della storia. È l’autunno 1993. A Milano il giudice Guido Salvini è impegnato nell’ultima indagine sulla strage di piazza Fontana. Biagio Pitarresi, personaggio dell’ambiente neofascista che ha accettato di collaborare alle indagini, gli confessa di essere in contatto con un uomo della Cia a Milano: Carlo Rocchi, che lavora da decenni per gli americani, è stato l’ultimo a vedere Michele Sindona vivo in carcere e ha rapporti anche con il capocentro del Sisde a Milano, che chiama “dottor Rinaldi”. Rocchi – dice Pitarresi – gli ha chiesto di passargli informazioni sulle indagini di Salvini su piazza Fontana, ma anche su un’altra indagine in corso a Milano: quella di Mani pulite. “L’ultimo favore richiestogli”, conferma un rapporto del Ros in data 17 dicembre 1993, “era stato quello di rintracciare il Larini prima che lo trovassero le forze di polizia italiane… In relazione a tale sollecitazione giunta al Pitarresi, si rappresenta che lo stesso, nel corso dell’ultimo colloquio, faceva presente che tra qualche mese sarebbe stata effettuata un’operazione di screditamento del Dr. Di Pietro, basata su un servizio da esso prestato presso la polizia di Stato”.

La profezia si avvera: qualche mese dopo, il Gico della Guardia di finanza di Firenze tenterà di coinvolgere Di Pietro in un’indagine sulle presunte coperture concesse, quand’era poliziotto, a un gruppo di mafiosi che avevano base all’autoparco milanese di via Salomone. Basta un controllo ai tabulati telefonici per chiudere il cerchio: Rocchi è in contatto con l’architetto De Mico. E una perquisizione dei carabinieri scopre nel suo ufficio una fotocopia del passaporto di De Mico. Diciassette anni dopo quella strana vicenda, Davigo e Di Pietro non hanno ancora maturato certezze. Fu davvero un’intromissione della Cia, o un’iniziativa personale di De Mico? Fu “un trappolone”, un tentativo di indurre il Pool a qualche passo falso? Di certo c’è soltanto che, se la Cia intervenne davvero, non fu per aiutare, ma per controllare, ed eventualmente mettere in difficoltà, Di Pietro e la sua indagine.

 

(Gianni Barbacetto, Il Fatto, 06-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano

Tonino Di Pietro, davanti e di dietro

•8 febbraio 2010 • Lascia un commento

Il 6 aprile 2008, vigilia delle ultime elezioni, la polizia penitenziaria ascolta il boss della ‘Ndrangheta di Gioia Tauro, Giuseppe Piromalli, ergastolano al 41-bis, chiacchierare del governo prossimo venturo con altri detenuti di Cosa Nostra nell’ora di “socialità” nel carcere di Tolmezzo. Piromalli ha un incubo che gli leva il sonno: che rivinca il centrosinistra e che stavolta non metta alla Giustizia un Mastella, ma Di Pietro. Lo dice al medico mafioso Antonino Cinà e i capimafia Carlo Greco e Paolo Amico (killer del giudice Livatino): “Speriamo che non facciano ministro della Giustizia Di Pietro, quello è incorruttibile, è uno come quel Martelli (il Guardasigilli che nel 1992 inventò il 41-bis, ndr) che ci ha rovinati. E questo Di Pietro è ancora più pesante. Quando faceva il giudice ‘sto cornuto condannava tutti senza pietà, figurati se fa il ministro della Giustizia che cazzo combina. Questo ci fa uscire dal carcere dentro alla bara”.

Negli stessi giorni il figlio di Piromalli e altri amici poi arrestati per mafia incontravano Marcello Dell’Utri, noto bibliofilo. Lui sì, ottimo per la Giustizia. Piromalli aveva ragione. Infatti Di Pietro non è mai stato né mai sarà ministro della Giustizia, perché rischierebbe di farla funzionare davvero: “Figurati che cazzo combina ‘sto cornuto”.

In 15 anni di Seconda Repubblica, se la classe politica non ha ancora smantellato del tutto il Codice penale, lo dobbiamo al fattore Di Pietro. Non si contano le volte che, mentre destra e sinistra erano sul punto di accordarsi sulle peggiori leggi pro-mafia e pro-corruzione, l’ex pm s’è messo a urlare e le ha bloccate in extremis. Senza la concorrenza spietata delle sue truppe raccogliticce, il Pd avrebbe fatto molto peggio del peggio che è sotto gli occhi di tutti. Per questo l’establishment lo detesta, per questo il Corriere lo martella ogni giorno con memorabili patacche tipo la foto con Contrada o le rivelazioni a puntate dell’avvocato ex dipietrista Mario Di Domenico, avvocato si fa per dire perché è stato espulso dall’Ordine (un Ordine di stomaco talmente forte da non aver ancora espulso definitivamente Previti, quattro anni dopo le condanne definitive per corruzione giudiziaria). Il tutto, si capisce, alla vigilia del congresso dell’Idv.

L’ha detto il grande Giorgio Bocca l’altra sera ad Annozero: la guerra infinita a Di Pietro, iniziata nell’estate ‘92 col “poker d’assi” di Craxi, proseguita con decine di inchieste-farsa a Brescia sui dossier Gorrini e D’Adamo, distillata ancora un anno fa con le bufale intorno al figlio Cristiano che aveva addirittura raccomandato un elettricista di Termoli, e ora giunta alla comica finale con la cena delle beffe, non è dovuta ai suoi difetti, ai suoi limiti, ai suoi errori. Che pure sono evidenti e numerosi. E’ dovuta ai suoi meriti: al suo ruolo di unica opposizione anti-inciucio, di unica diga che ha frenato in questi anni la soluzione finale, l’impunità totale per le classi dirigenti (anzi, digerenti).

Ma proprio qui sta l’errore di Di Pietro, anzi la coazione a ripetere sempre lo stesso errore: ha sottovalutato che, in casa sua, una leggerezza diventa un crimine da ergastolo, una pulce diventa un elefante, una pagliuzza diventa una trave. E ha seguitato a imbarcare di tutto, salvo i pregiudicati: il che già lo distingue da tutti gli altri partiti, ma non basta la fedina penale pulita per rendere affidabile e credibile un partito.

Lamentarsi col Tg1 di Scodinzolini perché lo rincorre con domande “del cazzo” su una normalissima cena, mentre censura tutte le porcate del padrone, è comprensibile ma inutile. Si sa come vanno le cose e perché. Occorre prenderne atto e farne tesoro una volta per tutte. Il congresso potrebbe essere l’ultima occasione. Quanti personaggini alla Di Domenico pascolano ancora nell’Idv? E quanti poltronòmani, alla prima astinenza o al primo invito ad Arcore, sono pronti a vendicarsi come Gorrini e D’Adamo? Meglio cacciarli subito, prima del prossimo libro o del prossimo dossier.

(Marco Travaglio, Il Fatto, 06-02-2010)

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La guerra nucleare

•5 febbraio 2010 • Lascia un commento

Palazzo Chigi porta davanti alla Consulta le regioni che non vogliono le centrali

La guerra nucleare ormai è scoppiata. Dopo le prime schermaglie, l’attacco frontale arriva dal ministro per lo Sviluppo Claudio Scajola: su sua iniziativa il Consiglio dei ministri ha deciso ieri di portare davanti alla Corte costituzionale Puglia, Basilicata e Campania, ovvero le tre regioni che negli ultimi mesi hanno approvato leggi contro la costruzione di centrali atomiche sul proprio territorio.

Leggi illegittime, secondo il ministro: “L’impugnativa è necessaria per questioni di diritto e di merito – afferma Scajola – in punto di diritto le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell’ambiente della sicurezza interna e della concorrenza. Non impugnarle avrebbe costituito un precedente pericoloso, perché si potrebbe indurre le regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il paese”.

I SITI. E poi c’è la questione politica. Aggiunge Scajola: “Nel merito, il ritorno al nucleare è un punto fondamentale del programma del governo Berlusconi.  Quindi al prossimo Consiglio dei ministri del 10 febbraio ci sarà l’approvazione definitiva del decreto legislativo recante tra l’altro misure sulla definizione dei criteri per la localizzazione delle centrali nucleari”. In effetti, le regioni tre ribelli sono governate al momento dal centrosinistra, ma l’operazione offre l’innegabile vantaggio di mostrare i muscoli un po’ a tutti.

Alla Conferenza Stato Regioni dello scorso 27 gennaio la débâcle governativa è stata pesante: tutti i governatori italiani avevano bocciato sonoramente l’ipotesi di aprire al nucleare con l’unica eccezione di Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia. Ma anche il
nord-est, nel giro di pochi giorni, ha evidenziato qualche crepa. Il candidato leghista alla presidenza del  Veneto, Luca Zaia ha detto: “Il Veneto non è adatto per aprire un sito nucleare. Molto meglio la green economy”. A ruota è arrivato il collega friulano in carica, Renzo Tondo, centrodestra: “Valutiamo  con interesse l’ipotesi  di partecipazione alla realizzazione del secondo reattore di Krsko, in Slovenia. Tra  i valori aggiunti di questa strategia c’è quello di non dover prendere assolutamente in considerazione alcuna ipotesi di realizzazione di centrale nucleare nella nostra regione”.

Più defilato e cauto, come da tradizione, Roberto Formigoni. A fine 2008 le sue dichiarazioni risultavano inequivocabili:  “La Lombardia non è un territorio facile per nuovi insediamenti, è già popolato da molti impianti energetici. Insomma, non è tra le migliori candidate per il nucleare”. Ora invece l’atteggiamento è attendista, come  spiega il consigliere regionale Carlo Monguzzi, dei Verdi: “Ho invitato più volte Formigoni a un confronto pubblico sul tema, senza successo. Lui dice che non ha né un no né un sì preventivo rispetto all’argomento: però direi che a questo punto è il caso di fare chiarezza”.

FEDERALISMO. In realtà, a elezioni regionali ormai vicine, parlare chiaro può essere molto dannoso per candidati e partiti. Meglio forse attendere il responso della Consulta, che è chiamata a un doppio verdetto sul tema: oltre al ricorso del governo centrale contro le tre leggi regionali, c’è infatti quello avanzato lo scorso ottobre da undici regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte,
Puglia, Toscana e Umbria) proprio contro la legge nazionale sul nucleare.

Nell’impugnazione i governatori sottolineano in particolare come la norma non preveda il necessario coinvolgimento degli enti locali nell’individuare i siti da destinare ai nuovi impianti di produzione, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti nucleari. La questione, dunque, diventa questa: può Roma imporre la presenza di una centrale atomica su un certo territorio anche contro la volontà di cittadini e amministratori?

In attesa delle valutazioni affidate alla Corte costituzionale, tutti potranno concentrarsi sulle prossime elezioni. Poi si vedrà.

Nel frattempo, manca un piano energetico nazionale. Per non parlare del deposito unico delle scorie che si doveva realizzare in Basilicata: dalla rivolta di Scanzano in poi, nessuno osa nemmeno parlarne.

(Chiara Paolin, Il Fatto, 05-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano

Di Pietro e Contrada? Era lo 007 a spiare il pm

•5 febbraio 2010 • Lascia un commento

Dal ‘92 al ‘94 il Pool sotto la lente dei Servizi

Mani Pulite? Un complotto della Cia, con Antonio Di Pietro manovrato dai servizi segreti. Questa tesi, che periodicamente viene fatta riaffiorare nel tentativo di delegittimare Di Pietro e distruggere perfino il ricordo di Mani Pulite, è contraddetta dai fatti.

I servizi segreti si occuparono  sì di Mani Pulite, tra il 1992 e il 1994, ma già allora per  colpire Di Pietro e i suoi colleghi del Pool. Dossierati fin dai primi mesi dell’indagine sulla corruzione: con l’apporto anche di Bruno Contrada, che era il dirigente del Sisde che raccoglieva le informative illegali sui magistrati di Mani Pulite.

“La raccolta di materiale informativo comincia tra la primavera e l’estate del 1992, quando appare chiaro che le inchieste non si fermano dopo i primi arresti”: così scrive il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza nella sua relazione del 6 marzo
1996. “Il questore Achille Serra teneva contatti periodici con Di Pietro per disposizione di Vincenzo Parisi, allo scopo di informare il capo della polizia sulle implicazioni che le vicende giudiziarie milanesi potevano avere sull’ordine pubblico, sulle istituzioni, sulla stabilità delle grandi imprese coinvolte nelle inchieste. Ma la disposizione impartita a Serra dimostra che vi era una preoccupazione politica circa i rischi di destabilizzazione. Questa preoccupazione politica è stata incoraggiata dall’autorità di governo e risulta, come vedremo, fortemente avvertita dal presidente del Consiglio Giuliano Amato”.

A spingere l’attività informativa, in questa prima fase, è Bettino Craxi. E a realizzarla sono soprattutto uomini del Sisde (il servizio segreto civile) e del secondo reparto della Guardia di finanza (il servizio segreto interno alle Fiamme gialle). Non si conoscono, invece, eventuali attività analoghe svolte dal Sismi (il servizio segreto militare). In ogni caso, il Comitato parlamentare non   ha dubbi: la raccolta di notizie riservate era assolutamente “illegittima” ed estranea ai compiti istituzionali degli organi di polizia  di intelligence.

Le informazioni su Di Pietro e colleghi le raccoglie, per conto del Sisde, la cosiddetta “fonte Achille” (che rimarrà anonima) e riguardano il periodo che va dalla primavera 1992 al 1993. Coordinatore dei centri Sisde del Lazio, che riceve personalmente nelle sue mani alcune delle informative, è Bruno Contrada. Lo stesso Contrada che, invitato come Di Pietro alla cena dei carabinieri di Roma per gli auguri di Natale del 1992, appare sulla fotografia in questi giorni pubblicata con grande rilievo, come prova di chissà quale rapporto oscuro tra l’allora magistrato e l’agente segreto che sarà poi arrestato e condannato per mafia.

Le informative Sisde non sono di grande qualità. Quella datata 29 aprile 1992 e consegnata dalla fonte proprio nelle mani di Contrada, comunica che “Di Pietro sarebbe stato sul punto di prendere provvedimenti nei confronti del figlio dell’onorevole Craxi: un avviso di garanzia” per Bobo. Mai mandato, mai neppure ipotizzato. La nota del 4 maggio insiste: nei confronti di Bobo Craxi sta per essere emesso addirittura un ordine di
cattura. Parallelamente, avviene il dossieraggio realizzato da uomini della Guardia di finanza: “Un complesso e intenso lavoro ”, spiega il rapporto della Commissione parlamentare, “volto a raccogliere note informative sui magistrati (tra i quali il dottor Di Pietro, il dottor Colombo e altri), sulla loro vita, sulle indagini, sui rapporti dell’uno o dell’altro con i colleghi e con individuati elementi della polizia giudiziaria” e “riferiscono
presunte scorrettezze, che poi verranno contestate nelle ispezioni ministeriali dall’autunno del 1994 in avanti”.

È da questi dossier che Craxi attinge per costruire il “poker” annunciato nell’agosto 1992 contro Di  Pietro e poi per tentare nel 1994 l’affondo finale contro il Pool e il suo simbolo. Ed è da queste attività informative illegittime che proviene gran parte del materiale che sarà trovato, durante una perquisizione del 1995, negli uffici romani di Craxi in via Boezio.

Dice il Comitato: “C’è una sinergia informativa tra le carte in possesso dell’ex presidente del Consiglio e questi documenti. Su alcune situazioni (per esempio le indagini relative ad attività economiche riconducibili al Pci) egli ha utilizzato per le proprie schede materiali provenienti da quei dossier”. Su Di Pietro, poi, Craxi accumula “una serie cospicua di schede informative, idonee a gettare sospetti infamanti e a demolire l’immagine del magistrato. Esse riguardano l’intera carriera del dottor Di Pietro da quando era in polizia, le sue amicizie, una serie di vicende private in base alle quali vengono costruite accuse contro di lui”

(Gianni Barbacetto, Il Fatto, 05-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano

Cassetti segreti

•5 febbraio 2010 • Lascia un commento

Controlli e misteri: “Scomparsa” una relazione anti-Pollari del Copasir. Rutelli: nessun mistero.

C’è una relazione scomparsa. Scritta, pronta per la discussione, ma mai presentata e messa ai voti. È la relazione sull’archivio illegale di Pio Pompa preparata da Emanuele Fiano (Pd) dopo un lavoro da lui svolto insieme con Giuseppe Esposito (Pdl).

I due parlamentari avevano esaminato i documenti sequestrati dalla magistratura milanese negli uffici di Pompa in via Nazionale a Roma. L’incarico era stato loro affidato dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), l’organismo di controllo sui servizi segreti di cui facevano parte e che è stato presieduto, fino al novembre 2009, da Francesco Rutelli.

Il Comitato si è trovato a operare, fin dal suo insediamento nel maggio 2008, in un periodo segnato da polemiche, indagini giudiziarie e processi: sull’archivio di Pio Pompa, ma anche sul rapimento dell’imam Abu Omar e sui dossier illegali Telecom-Pirelli. Tutte vicende che hanno coinvolto uomini del Sismi, il servizio di sicurezza militare allora diretto da Niccolò Pollari. E su cui il segreto di Stato imposto  dal governo Berlusconi ha
impedito l’accertamento della verità.

Secondo quanto è trapelato, la relazione del Copasir era critica nei confronti della gestione di Pollari, ritenuta deviata rispetto ai fini istituzionali. Ma il documento non è mai uscito dai cassetti del Comitato, a Palazzo San Macuto. Gli esponenti del centrodestra avevano fatto capire a Rutelli che non l’avrebbero mai approvato.  Così non è stato né discusso né messo ai voti. Il Copasir ha in questo modo rinunciato di fatto a esercitare il suo ruolo istituzionale, cioè il controllo del Parlamento sull’operato dei servizi.  In un momento delicatissimo, in cui uomini del Sismi risultavano coinvolti in attività illegali: un sequestro di persona (quello di Abu Omar progettato e realizzato da agenti Cia in territorio italiano) e una estesa attività di dossieraggio e di schedatura ai danni di magistrati, giornalisti, semplici cittadini e politici di maggioranza e opposizione (l’archivio Sismi di via Nazionale).

Emanuele Fiano è stato il relatore della relazione. Ora si è dimesso dal Copasir per permettere l’ingresso di Massimo D’Alema, che è stato eletto presidente dell’organismo. Interpellato dal Fatto Quotidiano, Fiano si è rifiutato di rispondere, perché i lavori del Comitato sono segreti. Ha accettato  invece di parlare Carmelo Briguglio, deputato Pdl (ex An): “Non c’è stato insabbiamento, i temi lasciati in sospeso saranno ripresi. Non li abbiamo nascosti nei cassetti, li abbiamo solo lasciati sul tavolo e ora, uscito Fiano ed entrato D’Alema, li affronteremo”.

Francesco Rutelli, ex presidente del Copasir, conferma  che a Fiano ed Esposito era stato affidato l’incarico di analizzare i documenti di via Nazionale. Ma, con una nota scritta, afferma: “Non c’è stato alcun insabbiamento. Proprio dalla vicenda della sede Sismi di via Nazionale ha preso origine la riforma dei servizi segreti: l’esigenza di impedire la formazione di archivi fuori controllo si è concretizzata in norme di legge, un regolamento sugli archivi, e la comunicazione al Copasir – per la prima volta in 30 anni – degli archivi esistenti. Sotto la mia presidenza il Comitato parlamentare ha svolto in pieno le funzioni previste dalla legge: ogni sede periferica e ogni archivio che vengano costituiti debbono essere comunicati al nostro organismo”.

Rutelli ammette però che il lavoro iniziato sia stato di fatto lasciato a metà: “La vicenda della sede di via Nazionale è al centro di indagini e procedimenti giudiziari: è saggio che il Parlamento non si sovrapponga  a queste attività ed è doveroso attendere i pronunciamenti dell’autorità giudiziaria anche quando si richiedono informazioni per accertare eventuali deviazioni o comportamenti non corretti di esponenti dei servizi”. Prosegue Rutelli: “Sia la documentazione, sia una nota predisposta da Fiano sono depositate presso il Copasir, e dunque non sono affatto sottratti al controllo del Parlamento. Non abbiamo proceduto a votazioni né a presentare relazioni al Parlamento per due motivi: per rispetto del lavoro della magistratura e perché nel frattempo il governo ha opposto il segreto di Stato nel procedimento di Perugia nei confronti di Niccolò Pollari e Pio Pompa. Questa decisione ci è stata comunicata a dicembre, e  nella
prima riunione presieduta da Massimo D’Alema il Copasir ha richiesto al presidente del Consiglio materiali integrativi, che saranno esaminati nella seduta del prossimo giovedì 11 febbraio”. Rutelli passa la palla a D’Alema: ora tocca a lui.

(Gianni Barbacetto, Il Fatto, 05-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano

Illegittimo cedimento

•5 febbraio 2010 • Lascia un commento

Fino a tre anni fa, quando passavano porcate incostituzionali come il legittimo impedimento, le persone perbene guardavano fiduciose al Colle. E spesso il Colle dimostrava che era una fiducia ben riposta, rispedendo le porcate al mittente: accadde col decreto Conso (grazie a Scalfaro), con la Gasparri, la Castelli e la Pecorella (grazie a Ciampi). Da quando c’è Napolitano, non è mai accaduto.

Infatti il Giornale scrive che “Napolitano non opporrà ostacoli” neanche stavolta. E’ vero che c’è sempre una prima volta, la speranza è l’ultima a morire, ma insomma. Dunque dove guardare, se anche il Colle è sprofondato? Alla Consulta certo, ma campa cavallo: ha tempi di reazione da bradipo e quando esaminerà il legittimo impedimento sarà già scattata la nuova porcata, il superlodo Al Nano con legge costituzionale. Che, pur essendo incostituzionale, difficilmente la Corte potrà esaminare. Dunque Berlusconi è al sicuro? Mica tanto.

Il processo breve è congelato alla Camera perché Fini ha dei dubbi e Napolitano (persino lui) pure. In ogni caso è talmente incostituzionale che stopperebbe i processi al Banana per un annetto, poi la Consulta fulminerebbe anche quella porcata e le udienze ripartirebbero da dove si erano interrotte. Angelino Jolie, noto giureconsulto, dà per scontato che, entro i 18 mesi dalla scadenza del legittimo impedimento, “molto rapidamente” gli verrà agganciato il nuovo lodo per le alte cariche o, in alternativa, la legge costituzionale che ripristina l’autorizzazione a procedere. Forse non gli hanno spiegato che, anche se e quando saranno approvati a maggioranza da Camera e Senato e
firmati dal capo dello Stato, lodo e/o immunità saranno lettera morta: prima dovranno essere sottoposti ai cittadini col referendum confermativo.

Gl’italiani  dovranno rispondere a questa domanda: la legge è uguale per tutti i cittadini o quattro sono più uguali degli altri? Stando ai sondaggi, vince la prima risposta 80 a 20, anche fra gli elettori del centrodestra. L’unica via di scampo per la banda del buco è approvare una delle leggi costituzionali con i due terzi del Parlamento: per raggiungerli, al Pdl non basta il soccorso della finta opposizione dell’Udc, peraltro scontato.  Occorrono i voti del Pd.

A questo mira la nuova campagna della stampa berlusconiana, e del Pompiere al seguito, contro Di Pietro, degno corollario della beatificazione di Craxi: demolire la memoria di Mani Pulite, far passare l’idea che i processi ai politici che rubano sono complotti politici,  dunque la casta va protetta da nuovi assalti delle toghe politicizzate (quelle che ieri hanno assolto Berruti, per dire). Lo confessa Massimo Franco sul Pompiere dell’Inciucio: “La lievitazione del caso Di Pietro potrebbe regalare qualche sorpresa”. Perciò si continua a montare la panna sul nulla: per azzoppare l’unico ostacolo rimasto sulla via dell’impunità.

Ecco dunque dove gli italiani perbene devono rivolgere lo sguardo: a quel che accade dalle parti di Bersani. Nemmeno un voto del Pd dovrà andare al partito dell’impunità. Dipendesse dalla nomenklatura (quella dei D’Alema che rincorrono sempre il “male minore”, dei Violante che delirano di “squilibrio fra giustizia e politica”, dei Letta che giustificano “la difesa dai processi”), l’impunità sarebbe già cosa fatta. L’altroieri, mentre la Camera votava la porcata, Bersani incredibilmente dichiarava: “Siamo pronti al dialogo sulle riforme se il premier rinuncia alle leggi ad personam” (intanto gliene passava un’altra sotto il naso).

Ma per fortuna ci sono pure gli elettori, che sono molto meglio degli eletti. Spetta a loro premere con ogni mezzo sul vertice Pd – con manifestazioni, mail, fax, telefonate, lettere ai giornali, interventi ai comizi e ai convegni ogni qual volta s’imbattono in un leader di passaggio – per far sapere che con questa gentaglia non vogliono alcun dialogo, tavolo, compromesso sulla giustizia. Parlando l’unico linguaggio che lorsignori ancora capiscono: la minaccia. Al primo inciucio che fate, non vi votiamo più.

(Marco Travaglio, Il Fatto, 05-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano

Ministro Meloni, ma che ti salta in mente?

•5 febbraio 2010 • Lascia un commento

Gentile ministro Meloni, anzi – visto che parlando di questioni anagrafiche ci diamo del tu – Giorgia. Ma come ti salta in mente, Giorgia, di dire che Morgan non deve andare a Sanremo, che è “diseducativo”, che blablabla “il cattivo esempio” eccetera?

Capisco che lo faccia il mitico Giovanardi, che del neo-bacchettonismo ha fatto un marketing di successo, ma tu, che sei ministro della Gioventù, che cosa c’entri? A te la morale della purezza politicamente corretta ti uccide, e lo sai. Sai anche benissimo che gli attacchi a Morgan, reo di aver detto che assume coca per tirarsi su, sono insopportabilmente moralisti e ipocriti. Ma sono addirittura nefasti se questo veto viene espresso da un politico, che ha un potere – diretto o indiretto – di censura.

Non credo che tu possa essere soddisfatta se un solerte funzionario della Rai cancella un artista da un festival perché due ministri si sono messi a montarci sopra una campagna d’opinione.

E’ questo che vuoi? Ma allora devi essere più radicale: devi dire alla Gelmini di cancellare dai libri di testo Rimbaud e Verlaine, gente animata da sentimenti diseducativi che ci dava giù di assenzio (la droga dei poeti, e se ne vantava pure) un secolo prima che tu nascessi; devi dire al tuo leader, Gianfranco Fini di farla finita con i Pink Floyd, a partire da Wish you were here. Molto diseducativo, quell’album, perché celebrava un tossicodipendente conclamato come un eroe: ma questo tu lo sai bene, perché chissà quante volte hai cantato: “Shine on your craaaazy diamond”.

Bisogna sopprimere quel tossico di Jimi Hendrix, che ci dava giù con le droghe pesanti, quei tossiconi dei Led Zeppelin, tutti chitarre e acidi, distruggere la videoteca di John Belushi, dimenticare quello strafatto di Jim Morrison, uno così perso, che se ne era andato persino nel deserto a mangiarsi funghi allucinogeni: “This is the end/ my only friend, the end…”. E già che ci siamo, non entusiasmatevi per Vasco Rossi, uno che stando ai vostri standard è un pregiudicato per possesso di droghe (gli appiopparono sei mesi, con leggi meno severe delle vostre) e anche quel tossicone di Kurt Cobain.

Caro ministro, io trovo incredibile che una come te, che va in giro con la chiavetta piena di musica rock si unisca al coro dei braghettoni, all’inflazione dei politici doppia morale che pensano di poter rompere i coglioni agli altri perché si sono fatti l’esame del capello. Se non c’è dubbio che chi fa il sindaco o il deputato non debba sniffare, è altrettanto certo, che nessun artista debba conformarsi alla morale del tempo, o sottoscrivere non so quali obblighi educativi.

Sanremo non è la pubblicità progresso, e Tenco, se gli avessero fatto il test psico-attitudinale e il palloncino, non sarebbe mai salito sul palco dell’Ariston. Altrimenti va a finire che il festival ve lo fate in quattro: tu, Carlo Casini, Dorina Bianchi e Giovanardi.

E forse a quel punto mettono fuori concorso pure te, perché magari in un tuo verso usi la parola “ribelle”, una di quelle che ti piacciono tanto. Ma a quel punto sarei d’accordo con loro, perché sarebbe decisamente fuori luogo.

(Luca Telese, Il Fatto, 04-02-2010)
© Il Fatto Quotidiano