D’Alema europeo e la miopia berlusconiana

•8 Novembre 2009 • Lascia un Commento

D a quando Prodi ha lasciato Bruxelles non si conta più una sola personalità italiana (eccetto l’“indiana” Sonia Gandhi) in posizione di comando in un qualsiasi centro nevralgico del pianeta. Neppure in Europa. Tutte le candidature presentate dal 2001 a oggi dai governi Berlusconi sono state fallimentari.

Ultima quella di Mario Mauro alla presidenza del Parlamento europeo: non è stata appoggiata neppure dal suo partito, il Ppe. Peggio, nel 2004 Berlusconi bruciò per motivi di bassa cucina la riconferma alla Commissione di Mario Monti, uno dei pochi italiani ascoltati all’estero. Sergio Romano sul Corriere della Sera del 24 luglio 2004: “Le dichiarazioni e le immagini di Monti hanno fatto molto più di qualsiasi campagna propagandistica per distruggere il mito dell’Italia fannullona e pulcinellesca… Monti è un asset che sarebbe assurdo lasciare al mercato”. Invece, a guadagnarci è stata Goldman Sachs che si è accaparrata Monti seduta stante.

Cinque anni fa, mentre Prodi e Monti cedevano i loro cospicui portafogli, gli spagnoli ottenevano non una ma 4 cariche di assoluto rispetto: Rodrigo Rato al Fondo monetario, Borrell alla presidenza del Parlamento europeo, Solana alla Pesc (Politica Estera) e Almunia al prezioso posto di Commissario agli Affari Economici. Come avevano fatto? Semplice: quando Aznar era al governo, Madrid sostenne la candidatura di Solana, benché fosse socialista; e quando al governo andò Zapatero, Madrid candidò al Fondo monetario Rodrigo Rato, benché ex-ministro di Aznar.

Anche nei gradi alti della Commissione l’Italia è retrocessa su posizioni da piccolo Stato membro, e non solo a causa dell’allargamento a 27. Più banalmente, al rinnovo della Commissione nel 2004 il governo Berlusconi non negoziò; così si persero due Direzioni di peso (Affari economici e Industria) per guadagnarne una minore (Società dell’Informazione) e una dimezzata (Cooperazione allo Sviluppo, senza la gestione dei fondi).

Ora, se la candidatura di Blair alla presidenza dell’Ue cadesse definitivamente, si offrirebbe al nostro Paese l’ultima occasione di afferrare al volo un altissimo incarico: quello di responsabile della politica estera europea, che porta in dote un corpo diplomatico  nuovo di zecca, fondi di bilancio e la vice-presidenza della Commissione. “C’è una marea nelle vicende umane, che colta al flusso conduce alla fortuna” si legge nel Giulio Cesare di Shakespeare “Ma se non viene colta, tutto il viaggio di una vita finisce nelle secche e nella miseria”.

Con altre parole l’ha confermato anche Poul Rasmussen, che da segretario del Pse sta raccogliendo i consensi dei socialisti europei sul nome di D’Alema: “Sarebbe strano che il governo italiano non appoggiasse un suo concittadino per un incarico così prestigioso”. Strano? A dire il vero, i governi Berlusconi-Tafazzi vantano un primato internazionale di scelte autolesioniste: non solo i casi Monti, Bonino, Buttiglione, Mauro all’Unione europea, ma pure l’incredibile precedente di Antonio Martino. Nel 2003 fu invitato da influenti membri della Nato a candidarsi alla massima carica dell’Alleanza Atlantica; aveva la vittoria in tasca ma lui rifiutò l’incar ico.

Anche stavolta il governo è partito col piede sbagliato. Al Consiglio europeo del 30 ottobre il ministro degli Esteri Frattini dichiarava che la riconferma di Tajani, attuale Commissario, era fuori discussione. Il ché equivaleva a bruciare la candidatura D’Alema alla Pesc, dato che questo alto incarico elimina l’altro posto di Commissario italiano. Immediata smentita di  Palazzo Chigi, accompagnata da un primo cauto accenno di sostegno a D’Alema. Ma perché cauto? Non sarebbe doveroso, in una partita così importante, mettere sul piatto della bilancia tutto il peso dell’Italia?

Ecco affiorare di nuovo, come nel 2005, i tentennamenti motivati da bassa cucina interna. Primo dubbio: scaricare il fido Tajani? A Bruxelles nessuno lo immagina capace, benché abbia giurato fedeltà all’Europa, di far torto al governo che l’ha beneficiato di una prebenda ben superiore alle sue aspettative. Secondo dubbio: ci si può fidare di D’Alema? Su questo punto Berlusconi può star tranquillo. Il Leader Maximo ha tenuto finora un atteggiamento irreprensibile, “istituzionale”. Le sue credenziali in politica estera sono indubbie. E se si esaminano i trascorsi alla Farnesina, si scopre che ha nominato più direttori generali progressisti Tremonti al ministero dell’Economia di quanti ne ha nominati D’Alema come ministro degli Esteri. Contare per credere. Il governo  può star tranquillo.

(Giuseppe Cassini, Il Fatto, 08-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Quanta ripresa è davvero arrivata in Italia

•8 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Perché l’entusiasmo del governo italiano per i dati dell’Ocse è eccessivo

I titoli dei giornali ieri erano tutti uguali e suonavano così: L’Italia guida la ripresa economica internazionale.  La ragione di tanto entusiasmo era il superindice dell’Ocse che nell’ultimo mese è risultato più alto del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. “Il tempo è stato galantuomo”, ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, perché ha dimostrato che “noi in Italia ce l’abbiamo fatta abbastanza bene” e, come dice Silvio Berlusconi, “la crisi è finita”. Visto che quella sulla recessione è una guerra politica che si combatte a colpi di numeri e percentuali, bisogna fermarsi un minuto  sulle cifre per capire chi ha ragione: il governo che invita all’ottimismo o gli imprenditori e i sindacati che sono ancora in attesa del peggio?


INDICI POCO SUPER. Partiamo proprio dal superindice Ocse che,  a dispetto del nome, non è molto super. Indica soltanto le oscillazioni rispetto all’output potenziale di un paese: il dato spiega quindi che l’Italia è tra i paesi che più rapidamente si stanno avviando a produrre beni e servizi al massimo delle proprie possibilità. Se in Italia stanno scomparendo piccole imprese a decine o centinaia di migliaia, per quelle rimaste sarà più facile tornare a produrre al massimo delle proprie possibilità perché ci sarà meno concorrenza, ma nell’insieme il paese sarà più povero.

E’ più facile ottenere fette più grandi di una torta che però è diventata più piccola. Ma il governo, in questo caso, preferisce non addentrarsi nei tecnicismi e affidarsi  all’effetto rassicurante di un dato con il segno “più” davanti. Quando i numeri erano sfavorevoli, invece, Tremonti li bollava come “meri esercizi congetturali” arrivando a prendere le distanze anche da quelli elaborati dal suo stesso ministero, se troppo negativi. E gli “esercizi congetturali” erano relativi a numeri decisivi: uno su tutti, il tasso di crescita del Pil. Secondo  la Commissione europea l’Italia arretrerà nel 2009 del 4,7 per cento, per il Fondo monetario internazionale la stima è del 5,1 per cento. E in questo ha ragione Tremonti, siamo in compagnia: il Pil della Germania dovrebbe contrarsi del 5,3 per cento,  quello della Francia (che ha usato molto la spesa pubblica) del 2,4 per cento, gli Stati Uniti, da dove tutto è partito, del 2,7.

Ma quello che ci rende diversi è il punto di partenza: mentre prima della crisi gli altri crescevano a ritmo sostenuto, l’Italia già arrancava.


SGRETOLAMENTO. Come ha denunciato l’Associazione delle piccole imprese di Confindustria, il vero rischio per l’Italia è che la crisi faccia scomparire una parte del tessuto produttivo. E quando arriverà la ripresa (se arriverà, visto che anche nel 2010 saremo quasi a crescita zero), non ci saranno più le imprese per soddisfare la nuova domanda di consumi. Soltanto in Veneto, da gennaio,  hanno chiuso oltre 2.600 imprese artigiane. Un’azienda su tre, tra quelle  contattate dalla Banca d’Italia per un sondaggio, presenterà bilanci 2009 in perdita.

Le conseguenze si vedono sul lavoro: il tasso di disoccupazione è passato – secondo il Fondo monetario – dal 6,1 per cento al 9,1 previsto per quest’anno, nel 2010 arriverà  al 10,5 per cento, peggio anche degli Stati Uniti. In un documento dell’Ocse che alla sua pubblicazione non è stato commentato dal governo,  si legge che “l’impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano è stato più moderato rispetto a numerosi altri paesi dell’area Ocse”. In effetti in Olanda la disoccupazione arriverà al 22 per cento. Con una postilla, però: “La percentuale di popolazione attiva in Italia era già la terza più bassa dell’Ocse dopo Ungheria e Turchia ed è scesa ancora dello 0,9 per cento arrivando al 57,4”. Tradotto: i disoccupati sono meno del previsto perché in molti rinunciano a cercare un lavoro e si fanno da parte scomparendo dalle statistiche.

Un altro esempio che aiuta a capire cosa significa il restringimento della torta: meno imprese, meno lavoratori,  meno output potenziale. E’ per questo che la soddisfazione per la propria condizione lavorativa rilevata dall’Istat tra gli italiani è in aumento: chi ha ancora un impiego è ben contento, perché sa che il lavoro sta diventando sempre più raro.

EXIT STRATEGY. “L’autocompiacimento è nemico della ripresa”, ha avvertito ieri il premier inglese Gordon Brown, al G20 finanziario dove i ministri economici  hanno discusso se è il momento di rimuovere le misure straordinarie di sostegno all’economia e alla finanza. Le Borse, infatti, attraversano una fase di boom che le sta riportando a livelli vicini a quelli di prima della crisi. L’indice Ftse Mib, il principale della Borsa di Milano, è ormai non lontano dai livelli precedenti al fallimento di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008. Entro gennaio, hanno concordato i  paesidel G20, dovrà essere pronta una tabella di marcia di rientro alla normalità (rimuovendo soprattutto le agevolazioni alla finanza) di cui potrebbe far parte l’introduzione di una tassazione delle transazioni finanziarie.

Tremonti, che pure l’aveva auspicata in passato, ieri ha liquidato la proposta di Brown: “É un’ipotesi che gira da almeno 20 anni, la speculazione va bloccata, non tassata”. Anche gli Stati Uniti hanno respinto le proposte: niente tasse e niente exit strategy, non è ancora tempo.

(Stefano Feltri, Il Fatto, 08-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

“Impunità e mafie: una soluzione finale contro lo Stato democratico”

•8 Novembre 2009 • Lascia un Commento

L’allarme di Ingroia: troppa politica neutrale

“Siamo alla soluzione finale, alla demolizione sistematica non dello Stato di Diritto, ma dello Stato. Punto”. Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, il magistrato che indaga sui segreti delle trattative tra mafia e stato (quello con la s minuscola), dice cose drammatiche con voce pacata.

È la seconda e ultima giornata di lavori del convegno su “Questione morale e Istituzioni” organizzato dall’europarlamentare dipietrista Luigi de Magistris al Maschio Angioino. E dalla kermesse napoletana, organizzata non a caso nella terra dove da giorni si rincorrono le voci di un provvedimento giudiziario contro il Governatore in pectore del Pdl Nicola Cosentino, si esce con la consapevolezza dell’esistenza di un’emergenza democratica in Italia.    Un’emergenza evidente agli occhi dell’Europa, come testimonia l’intervento di Juan Fernando Lopez Aguilar, presidente della  commissione Libertà Pubblica al Parlamento Europeo, che si occupa anche di cooperazione  giudiziaria tra gli stati membri dell’Ue e tiene sotto osservazione la ‘democrazia mediatica’ imposta da SilvioBerlusconi e dai suoi corifei.

“La legittimazione del potere giudiziario – ricorda Lopez Aguilar – dovrebbe essere l’uguaglianza davanti alla legge, la proibizione del privilegio. Ma sappiamo bene che questi principi sono sempre sotto minaccia e mai realizzati pienamente. Colpa del divorzio tra le leggi e i valori che dovrebbero sostenerle”.

Una perfetta fotografia dell’Italia berlusconizzata. Lopez Aguilar ricorda il “passionale” dibattito in commissione, “non soltanto in lingua italiana”, sul pluralismo informativo e sulla libertà d’espressione: “Passionale perché il problema solo a prima vista è un problema italiano. In realtà il retroterra della discussione è molto più profondo e riguarda la tenuta della democrazia, il rischio della sostituzione della democrazia rappresentativa con la democrazia mediatica, la definizione più efficace sotto il profilo politologico delle attuali democrazie avanzate”.

Ma sono le parole di Ingroia a rotolare come macigni in platea: “In Italia siamo governati da decenni secondo il principio di autoconservazione della classe dirigente, che fa affari con la mafia e  ha gli stessi obiettivi della mafia: l’impunità”. Da conquistare anche depotenziando gli strumenti di indagine del pubblico ministero. Cominciando, sottolinea Ingroia, che sul tema ha scritto un libro, dal disegno di legge che di fatto eliminerà le intercettazioni. “Non è più il tempo della neutralità – afferma Ingroia – non si può fare la lotta alla mafia solo con la magistratura, bisogna dare maggiore spazio alla società civile”.

Accende un riflettore su Napoli e sul Sud Rosario Crocetta, già sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd: “È possibile che nella Napoli afflitta dall’emergenza rifiuti e governata da una classe dirigente dedita ai peggiori affari e ai peggiori intrecci con la criminalità organizzata, la questione morale è stata a lungo ridotta a un dibattito sull’evasione scolastica e sulla devianza criminale minorile”? Crocetta è stato condannato a morte dalla mafia per averla osteggiata e per aver combattuto le imprese edili colluse che si arricchivano grazie alle creste ricavate dall’uso del ‘calcestruzzo depotenziato’, un trucco spiegato durante il convegno.

A Bruxelles e Strasburgo vive senza scorta e la circostanza lo preoccupa non poco. “Lo trovo singolare in un’Europa che evidentemente ha deciso di non combattere la guerra alle mafie”. Marco Cappato (radicali) ha sottolineato “il tentativo perpetuo di smembrare la Costituzione” e Alberto Lucarelli, professore di Diritto Pubblico ed esponente di Idv, ha posto l’accento sull’esistenza di “una mafia economica che si è impossessata del controllo delle società pubbliche per governarle senza trasparenza e secondo principi lottizzatori”.

Conclude Antonio Padellaro, direttore de Il Fatto Quotidiano, che a proposito di valori dice: “Fare un giornalismo che racconta le cose che accadono, e non quelle che non accadono, è diventato un atto anomalo. Tra i valori che dovrebbe reggere la nostra società, c’è quello che la menzogna non può essere elevata a verità. Ma nel giornalismo italiano la macchina delle bugie è sempre in moto”.

(Vincenzo Iurillo, Il Fatto, 08-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Soluzione finale

•8 Novembre 2009 • Lascia un Commento

In questi quindici anni la parola “dialogo”, peggio se associata alla parole “riforme” e “giustizia”, ha mietuto più vittime dell’influenza suina. Di chiunque abbia abboccato al dialogo con Berlusconi, non è rimasta traccia vitale. Infatti Pier Luigi Bersani, pur essendo un D’Alema travestito e rivestito, continua a ripetere che “dialogo” è un termine malato, jettatorio, e lui non lo vuole nemmeno pronunciare. Preferisce vivere. E’ già qualcosa, ma non basta. Perché il guaio non è la parola: è la sostanza. Per sapere che cosa intenda Berlusconi per dialogo, basta leggere i suoi house organ. L’altroieri Il Foglio spiegava che “il Cav. prepara il Gran Consiglio di maggioranza sulla giustizia” e ha pronto “un documento politico per chiudere con l’assedio di Milano e una legge esplicitamente ad personam”, determinato com’è a “porre la propria messa in sicurezza dal Tribunale di Milano come primo punto nell’agenda del Pdl e della maggioranza”, anche a costo di “rischiare la crisi di governo e ad azzardare nei rapporti con Fini e la presidenza della Repubblica”. Siamo alla soluzione finale. L’impunito, come scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera, l’ha già annunciato ai suoi: “Stavolta avverrà tutto alla luce del sole, spiegherò personalmente al Parlamento e al paese”. Che cosa spiegherà? Che il punto primo e unico del suo programma di governo è una legge che cancelli i suoi processi o, meglio ancora, i suoi reati. Ci sono addirittura trenta bozze di legge pronte al varo, che passano per la prescrizione dei processi o dei reati, oppure per il trasloco dei dibattimenti da Milano a Roma, dove tradizionalmente riposano in pace per sempre, con l’aggiunta di una maialata che cancellerebbe pure i procedimenti tributari. Prendere o lasciare. Non c’è dunque alcuna “riforma della giustizia” all’ordine del giorno. C’è l’ennesima porcata impunitaria, stavolta presentata come tale, senza nemmeno l’ipocrisia di camuffarla da riforma erga omnes e di trovare qualche prestanome che la firmi per conto terzi. La firmerà lui, in tandem con i suoi onorevoli avvocati. E’ un colpo di Stato contro la Costituzione e contro il diritto universale, che vuole le leggi “generali e astratte”: per tutti, non per uno solo. A questo punto le chiacchiere (e il “dialogo”) stanno a zero. Se esistesse uno Stato e una classe politica, tutti i partiti non golpisti presenti in Parlamento – dal Pd all’Idv, dall’Udc ai finiani del Pdl agli eventuali leghisti dissenzienti – dovrebbero firmare una mozione che li impegni a opporsi con ogni mezzo a qualunque legge che riguardi, direttamente o indirettamente, i processi del premier. Ma, siccome di leghisti dissenzienti non se ne vedono più da anni e siccome i finiani e i casiniani, finora, sono sempre rientrati all’ovile quando si trattava degli affari privati del padrone, basta e avanza una dichiarazione congiunta del Pd e dell’Idv. Perché una legge ordinaria tagliata su misura del premier violerebbe la Costituzione, dunque finirebbe come tutte le altre: cassata dalla Consulta (sempreché il capo dello Stato – che incredibilmente seguita a invitare i magistrati a “dialogare” col governo anziché intimare al governo di rispettare la magistratura – sia disposto a perdere un’altra volta la faccia promulgando l’ennesima legge destinata al macero). Dunque l’impunito, per la sua personale “messa in sicurezza”, ha bisogno di una legge costituzionale. Che però richiede tempi lunghi (doppia lettura: Camera-Senato-Camera-Senato) e maggioranza dei due terzi. Altrimenti, prima che entri in vigore, si dovrebbe attendere il referendum confermativo, rischioso e di là da venire. Ecco perché, per la prima volta nella sua storia, Berlusconi ha bisogno del dialogo con l’opposizione. E, per la prima volta, l’opposizione ha il coltello dalla parte del manico. C’è da sperare che non lo usi, come sempre, per fare harakiri.

(Marco Travaglio, Il Fatto, 08-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

C’è un ponte per te, un debito per noi, un affare per loro

•7 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Ieri il Cipe ha dato il via libera all’opera: ma la fattibilità economica resta sulle spalle delle Ferrovie dello Stato: la società più sussidiata d’Italia che non ha neppure neanche i soldi per i suoi vagoni

Da un punto di vista finanziario il Ponte sullo Stretto è un colosso dai piedi d’argilla. L’opera ieri ha avuto il via libera dal Cipe (il comitato interministeriale per la programmazione economica che si occupa anche di grandi opere) per la fase di progettazione. Ma la decisione del governo non cancella come d’incanto i molti dubbi che gravano sull’operazione. Sapete su che cosa poggia la fattibilità economica della struttura, cioè la possibilità che tutto il sistema possa risultare sostenibile, senza il rischio di restare travolto dai debiti crollando come un castello di carte? Sulle Ferrovie dello Stato. Proprio le Fs, la società pubblica più sussidiata d’Italia, quella del miracolo alla rovescia della Tav (Alta velocità), con l’allungamento assolutamente anomalo dei tempi di realizzazione e la moltiplicazione dei costi scaricati sul bilancio dello Stato, l’azienda che nonostante tutti i proclami non riesce a far circolare scorrevolmente i treni, soprattutto quelli per i pendolari, e a dispetto delle reiterate promesse non è in grado neanche di assicurare la pulizia delle carrozze.

UNA DECISIONE TENUTA IN OMBRA

Senza l’apporto economico delle Fs niente Ponte. Ma d’altra parte con l’apporto determinante delle Fs il Ponte, economicamente parlando, parte con il piede sbagliato ed appare un azzardo prima ancora della posa della prima pietra prevista per l’inizio di dicembre. È come se qualcuno volesse correre la maratona con le stampelle o come se si mettessero insieme due debolezze. La circostanza che siano proprio le Ferrovie il pilastro di tutta l’impalcatura finanziaria è apparsa probabilmente così avventata agli stessi propugnatori dell’opera, che di fatto hanno finito per nasconderla nelle comunicazioni ufficiali; nei siti governativi non è più neanche rintracciabile. Per recuperare i termini di una faccenda sempre tenuta in ombra bisogna rispolverare un vecchio documento prodotto nel 2004 dalla società Stretto di Messina in cui si riportano gli elementi del piano economico-finanziario con i dettagli del meccanismo alla base della fattibilità del progetto.

Cinque anni fa il costo dell’operazione era previsto in 6 miliardi di euro (nel frattempo è salito a 6,3), da ammortizzarsi al 50 per cento in 30 anni (che è la durata della concessione) attraverso rate costanti. Queste rate devono essere pagate, appunto, dalle Fs con la controllata Rfi (Rete ferro-viaria italiana) che si impegna a sborsare un canone minimo annuo per l’utilizzo dell’infrastruttura ferroviaria di 100,6 milioni di euro, più di 8 milioni al mese.

E non è finita perché le Ferrovie dovranno girare al gestore del Ponte anche il contributo che oggi ricevono dal ministero dei Trasporti a compensazione degli oneri sostenuti per il traghettamento da una parte all’altra del canale, cifre riscosse per garantire quella che gli addetti ai lavori chiamano la “continuità territoriale”. Sono un’altra trentina di milioni (27,8 nel 2008 per l’esattezza) che sommati alla quota precedente fanno circa 130 milioni, 11 milioni al mese. In più Rfi si impegna “ad effettuare a suo carico la manutenzione ordinaria e straordinaria”.

Tutto questo sforzo in cambio di che cosa? Ufficialmente Rfi diventa “gestore del collegamento ferroviario dell’opera”. E detto così sembra un grande affare. In realtà il traffico ferroviario sia di persone sia di merci tra la Sicilia e la Calabria è assai modesto, e negli ultimi anni si è ulteriormente rattrappito a vantaggio del trasporto aereo, soprattutto low cost. Secondo l’edizione 2008 del Conto nazionale dei trasporti, la bibbia del settore, in 18 anni, cioè a partire dal 1990, il totale delle carrozze transitate sullo Stretto è calato del 46,4 per cento. La diminuzione è stata repentina soprattutto negli ultimi 8 anni,apartire dal Duemila: meno 17,8 per cento con punte del 37 per cento per i treni viaggiatori e con un decremento più contenuto per le merci (meno 3,5). Peccato che le merci non abbiano granché bisogno di un collegamento veloce, e dal punto di vista degli scambi economici le 2-3 ore guadagnate sui tempi di percorrenza con il treno grazie al futuro Ponte siano di fatto quasi irrilevanti.

BOOM DEL TRAFFICO AEREO SULL’ISOLA

Mentre diminuisce a rotta di collo il traffico dei treni, registra un boom il numero dei viaggiatori negli aeroporti siciliani, più 200 per cento in totale a Catania, Palermo e Trapani (fonte Assaeroporti ed Enac). A Catania, in particolare, negli ultimi vent’annilacrescitaèstatadel219percento; dal 2000 al 2008, il numero dei viaggiatori transitati nello scalo catanese è passato da poco meno di 4 milioni a 6. Se 19 anni fa, inoltre, sullo Stretto transitavano circa 15 milioni di passeggeri all’anno tra traghetti privati, Fs e treni, mentre i viaggiatori fuori dello Stretto erano appena 4 milioni, nel 2008 il rapporto si è invertito: i passeggeri passati dallo Stretto sono in minoranza, 10,7 milioni, in prevalenza trasportati dalle compagnie private tipo Caronte & Tourist della famiglia Matacena, mentre quelli fuori dallo Stretto sono più che raddoppiati e in totale ora sono un milione in più degli altri, e per di più quasi tutti clienti delle compagnie aeree. Gli affezionati del treno, infine, appaiono un’esigua minoranza della minoranza, sull’ordine delle centinaia di migliaia di viaggiatori.

Tra una sponda e l’altra, oggi transitano appena 8 coppie di treni passeggeri e 8 merci al giorno, cioè 32 convogli tra andata e ritorno. Quindi ogni anno sullo Stretto passano soltanto 11.680 treni, tanti quanti ne viaggiano in un solo giorno su tutta la rete ferroviaria nazionale, e una volta costruito il Ponte ogni treno tramite il canone elargito da Fs pagherà, di fatto, un pedaggio stratosferico, 11.130 euro in media per percorrere 3 chilometri e 300 metri, più di 3 euro per ogni metro di binario.

SORRIDE SOLO LA IMPREGILO

Numeri alla mano, la faccenda del canone è quindi tutt’altro che un affare per le Ferrovie, mentre lo è, e parecchio, per il futuro gestore dell’opera, la società Impregilo, a cui nel 2005 il precedente governo Berlusconi affidò la realizzazione della struttura, e i cui soci di maggioranza, detto per inciso, sono anche i famosi “patrioti” del business Cai-Alitalia, da Marcellino Gavio ai Benetton a Ligresti. Ma perché le Fs avendo poca o nessuna convenienza ad infilarsi nell’affare del Ponte sullo Stretto non si sottraggono al patto leonino a favore di Impregilo? Perché non possono, probabilmente.

Essendo un’azienda pubblica dipendente dalle decisioni della politica e dai finanziamenti del governo non possono mettersi di traverso ad un affare che per l’esecutivo Berlusconi è diventato una specie di punto d’onore, un gigantesco monumento alla mitologia del fare. Del resto la relazione del 2001 del gruppo di lavoro del ministero dei Trasporti individuava proprio nello scarso traffico ferroviario il tallone d’Achille dell’impalcatura finanziaria dell’opera. E le banche chiamate a prestare il 60 per cento dei fondi necessari per l’infrastruttura fecero capire a suo tempo che senza adeguate garanzie avrebbero fatto dietro front. Quali garanzie? Che arrivassero soldi per l’ammortamento di almeno metà dell’opera tramite il pagamento certo di un canone.

Le Ferrovie, in sostanza, agiscono come sostituti finanziatori: la finzione è che paghino per un servizio, la realtà è che strapagano in cambio di poco. Ma tanto, gira e rigira, quei soldi Fs sono soldi pubblici, frutto della fiscalità generale, cioè sborsati dai cittadini onesti con le tasse.

(Daniele Martini, Il Fatto, 07-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Stragi, quel politico che sussurrava alla mafia

•7 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Chi è “l’uomo politico di Milano” che soffiava a Cosa nostra gli indirizzi dove vivevano i collaboratori di giustizia? Esiste davvero? Oppure sui verbali delle procure di Firenze e di Caltanissetta sono finite, in mezzo a tante notizie precise, anche chiacchiere di mafia, voci incontrollate impossibili da verificare?

Sono molte le domande a cui cercano di rispondere i magistrati e gli investigatori dopo la riapertura delle indagini sulle stragi del 1992-93. E una delle più importanti ruota proprio intorno a questa ombra, a questo personaggio senza volto che ormai da 13 anni i detective tentano d’identificare con certezza. Il primo a parlare di lui è stato, nell’ormai lontano 1996, Pietro Romeo, un ex rapinatore di Tir, nato e cresciuto nel quartiere palermitano di Brancaccio, che nel febbraio del ‘94 entrò a far parte del “gruppo di fuoco” creato da Giuseppe e Filippo Graviano: i due giovani boss che avevano deciso di far guerra allo Stato. Romeo, collabora subito dopo l’arresto e permette di scoprire quasi 150 chili di esplosivo nascosti nel palermitano. Poi si mette a parlare dell’ultimo grande fallito attentato di Cosa nostra: la bomba che a metà aprile del ‘94, quando i fratelli Graviano erano ormai da tre mesi in carcere, doveva far saltare per aria lo storico pentito Salvatore “Totuccio” Contorno, un tempo conosciuto come “Coriolano della foresta”.

È al quel punto – come Il Fatto quotidiano è in grado di rivelare – che Romeo tira in ballo l’uomo del mistero: il traditore della Repubblica che passava informazioni alla mafia. L’ex rapinatore di Tir spiega che a parlargliene era stato un altro dei killer di Brancaccio, Francesco Giuliano, in Cosa nostra soprannominato “olivetti”. Secondo le confidenze di Giuliano, infatti, Giuseppe Graviano era in contatto con questo signore di Milano: un politico che sosteneva di poter sapere dove vivevano sotto falsa identità pentiti come Contorno, Giovanni Drago e Giuseppe Marchese. Tre big dell’organizzazione che con le loro dichiarazioni avevano messo la mafia alle corde.

Per mesi gli investigatori cercano conferme. Anche se affermazioni di questo tipo non possono avere valore di prova la pista sembra buona. Come Cosa nostra sia arrivata a scoprire che Contorno viveva a Formello vicino Roma non è infatti troppo chiaro. È certo invece che in quel periodo le parole di Contorno – salvato prima da un guasto all’innesco della bomba e poi dalla casuale scoperta dell’esplosivo a lui destinato – potevano dare fastidio a molti. Non solo alla mafia, che aveva deciso di ucciderlo da un pezzo, visto che la sua testimonianza era uno dei cardini del maxi-processo degli anni Ottanta. Anche ai presunti e allora quasi insospettabili amici dei clan palermitani. Ma per capire il ragionamento degli investigatori bisogna tornare con la moviola della memoria ai convulsi mesi del 1993-94. Già nel luglio del ‘93 si era consegnato ai carabinieri un boss di prima grandezza, il reggente della famiglia di Porta Nuova, Salvatore Cancemi. E dopo le titubanze iniziali Cancemi aveva parlato della strage di Capaci, dove era morto il giudice Giovanni Falcone. Poi aveva tirato in ballo il premier e Marcello Dell’Utri raccontando la storia del suo migliore amico, l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano. Un uomo d’onore che, secondo Cancemi, nei primi anni Settanta era solito ospitare a villa San Martino pure Contorno, all’epoca latitante .

Insomma se “Coriolano della foresta”, un ex killer abilissimo con le armi che si era deciso a collaborare proprio con Falcone per vendicarsi degli odiati corleonesi, avesse confermato le accuse di Cancemi sarebbero stati grossi guai per molti. Ma Totuccio, ascoltato dopo di lui, aveva negato tutto. Così Cancemi, piuttosto sorpreso, aveva finito per ipotizzare che il Contorno di cui gli aveva parlato Mangano fosse un certo Peppuccio, un mafioso di secondo piano, nei primi anni Settanta impiegato in un’enoteca milanese controllata dal celebre Luciano Liggio.

La prima indagine su Berlusconi e Dell’Utri, nel ‘94 condotta dalla procura di Caltanissetta, aveva subìto un importante rallentamento. Ma il dubbio che Contorno avesse mentito era rimasto. E tempo dopo dopo, era diventato quasi una certezza, quando Totuccio era stato arrestato per traffico di droga. Contorno a quel punto si era corretto: aveva sostenuto di non aver parlato di Berlusconi, come di altri personaggi importanti, per paura. Ma ormai era tardi perché lo si potesse considerare processualmente attendibile.

Insomma nel 1996-97 ce ne era abbastanza perché gli investigatori si chiedessero quali erano state le vere cause del fallito attentato a Formello e soprattutto se davvero “un uomo politico di Milano” avesse dato a Giuseppe Graviano l’indirizzo di Contorno. Allora le indagini si erano rivolte verso un candidato (non eletto) di Forza Italia alle europee del ‘94. Erano emersi dei suoi contatti con la mafia, ma niente più. Oggi, invece, le parole dell’ultimo pentito di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, aprono scenari nuovi. E la soluzione del giallo sembra vicina. Tanto vicina, da poterla quasi toccare.

 

(Peter Gomez, Il Fatto, 07-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

B. ha paura che il Pdl non ci sia più

•7 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Lo ha capito anche lui, il Capo. Così “non si può più andare avanti”. Il Pdl è ormai franato sotto i suoi piedi e le questioni della giustizia hanno definitivamente rotto il rapporto con Fini che ha rispedito al mittente tutte le diavolerie studiate da Ghedini per metterlo al riparo dai processi. Tira aria pesante tra i banchi del governo e le allegre stanze di palazzo Grazioli. Quel patto che solo qualche settimana fa sembrava aver rinsaldato l’antica complicità tra B. e F., siglato nel salone di casa Letta, all’ombra dei pini della Camilluccia, è andato rumorosamente in frantumi facendo ritornare sul tavolo l’idea di elezioni anticipate. Il premier è furibondo. Le prossime mosse sul governo, tanto per dirne una, le ha decise con i suoi e con Vittorio Feltri. Che non a caso ha poi fatto partire un potente siluro contro Fini: “E’ l’ora di uscire dall’ambiguità”. Il distillato del Berlusconi pensiero, in queste ore, è riassumibile in una formula: un predellino due ed elezioni anticipate. “Mi devo liberare una volta per tutte di queste zavorre”. Fini gli rema contro. Persino su Letta. Non vede affatto la necessità di una sua nomina a vicepremier cosa che, invece, è assolutamente impellente per B. “Gianni è l’unico di cui mi posso fidare, deve guardarmi le spalle”. Dai magistrati e subito dopo sempre da lui, il “compagno” Fini. Il Pdl non c’è più. Ma a Berlusconi ora preme la riforma della giustizia. E chi ci sta ci sta e che nessuno parli di trovare accordi con il Pd. Quello mai. I fantasmi che turbano i sogni del Cavaliere, però, non sono solo quelli con la toga addosso. C’è anche – e soprattutto – quello che vede formarsi in parlamento una maggioranza diversa intorno ad un altro leader, casomai proprio a Fini se non Tremonti. Per questo da settimane ormai i suoi più fedeli sherpa stanno facendo i conti per blindare intorno a lui una maggioranza che non solo lo metta al riparo dagli scherzi ma lo segua comunque, ciecamente. Fini, si dice, controlla da solo cinquanta parlamentari, ma gli azzurri pensano anche meno. “Eppoi – si sostiene nell’ex quartier generale di Forza Italia – secondo i nostri calcoli, se Fini dovesse andare alle urne da solo non arriverebbe al 4%”. E siamo già a fare i conti su tavoli separati. Come se il Pdl davvero non ci fosse più. E loro lo sanno perfettamente.

(Sara Nicoli, Il Fatto, 07-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Dice a Vespa perchè suocera intenda

•7 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Signore e signori, ce l’abbiamo fatta: ieri è uscito il nuovo libro di Vespa. Nuovo si fa per dire, visto che anche i non pochi che non l’avrebbero letto neppure sotto tortura lo conoscono ormai a memoria, grazie alla maratona di anticipazioni forzate che da un mese intasa tg e giornali. Quel poco che ancora sfuggiva è stato pubblicato ieri dai principali quotidiani, che si sono strappati di mano gli ultimi brandelli dell’opus magnum dell’Erodoto abruzzese, risparmiando così ai suoi numerosi fans e groupies l’incomodo di accalcarsi nottetempo presso le librerie e sborsare 20 euro. Ora che l’invasione delle vespe è finita, se ne gioverà la salute degli eventuali lettori, ma soprattutto dell’autore, costretto da settimane a fatiche erculee: sempre lì a telefonare a Silvio per estorcergli un commento a caldo sull’ultima menata, poi a comunicare il verbo alle agenzie, poi a passare le notti in bianco, schiena naturalmente curva e piaghe da decubito, per conficcare la sbobba di giornata in un libro intitolato “Donne di cuori. Da Cleopatra a Berlusconi”, che invece è diventato “Due di picche. Da Tizio, Caio e Sempronio a Bondi, Cicchitto e Apicella”. C’è persino una “rivelazione” sul Milan. Manca solo un passaggio sul maltempo e sull’influenza suina (onde evitare perigliose associazioni di idee). L’indomani poi altre corvées per inseguire smentite e controsmentite: tipo l’altro giorno, quando il Senofonte aquilano ha anticipato una frase di Fini sugli uzzoli monarchici dell’ometto, dopo aver anticipato che i due avevano fatto pace, allora ha dovuto precisare che “questa parte del colloquio con Fini è avvenuta prima del chiarimento di ottobre con Berlusconi che nello stesso libro, in un secondo colloquio, Fini ha definito positivo”. Urge datazione al carbonio-14, come per la Sindone. Il guaio oltretutto è che, per quanto si impegni a sparar cazzate in esclusiva per Bruno, l’ometto non è più quello di un tempo: ripete sempre lo stesso repertorio, come i guitti a fine carriera. Anche perché ha già detto e contraddetto tutto una dozzina di volte. Sì al dialogo, anzi no. Me gusta D’Alema, anzi mai detto. Voglio il Quirinale, mai pensato al Quirinale. Sono un premier eletto dal popolo, voglio che il premier sia eletto dal popolo. E il piccolo scrivano maculato lì davanti in ginocchio ad annuire col capino: “Certo sire, me lo segno sire, ohhh sìììì ancoraaaa sireeeeee”. Mai un ma, un però, un ohibò. Infatti le uniche domande vere non sono sue, ma di Repubblica. Erano dieci, ma l’insetto ne ha segate due: quelle a cui l’ometto non poteva rispondere con un no secco, ma avrebbe dovuto spiegare l’inspiegabile (perché ha dato quattro versioni su Noemi Letizia? Come concilia il Family Day e la legge antiprostitute con sexy-festini ed escort di Palazzo?). Sono rimaste le altre otto, seguite da altrettante non-risposte, subito accolte con gridolini di giubilo dalla stampa di regime: quella che diceva “Non deve rispondere” e adesso esulta “Ha risposto!” anche se non è vero. Ora questo sistema di replica indiretta postdatata con coitus interruptus, questo parlare a Vespa perché suocera intenda, può rivelarsi utilissimo al Cavaliere per risparmiare tempo prezioso: anziché recarsi ben due volte l’anno in Parlamento, potrebbe affidare all’insetto i suoi decreti perché li anticipi alla stampa, pregando poi deputati, senatori e Napolitano di fargli sapere, sempre in forma di anticipazione del prossimo libro di Vespa. Ma la formula può tornar comoda pure ai testimoni e agl’imputati reticenti. Anziché avvalersi della facoltà di non rispondere, che insospettisce il giudice, potranno optare per un più elegante “Ne ho già parlato con Vespa, saprete tutto dalle anticipazioni”. O meglio: “Mi avvalgo della facoltà di rispondere a Vespa”. Cioè, appunto, di non rispondere. Fa più fine e non impegna.

(Marco Travaglio, Il Fatto, 07-11-2009)

(c) Il Fatto Quotidiano

Povero Cristo in mano a Berlusconi

•6 Novembre 2009 • Lascia un Commento

I giornali del giorno 5 novembre 2009, riportano la foto di Berlusconi che tiene in mano un Crocifisso, abbastanza grande. Le cronache dicono che glielo abbia dato il prete di Fossa, nell’ambito della consegna delle case. Se c’è una immagine blasfema è appunto questa: colui che ha varato una legge incivile contro i «cristi immigrati», che parla di «difesa dei valori cristiani». Un prete che consegna il crocifisso a Berlusconi è uno spergiuro come e peggio di lui. Povero Cristo! Difeso da una massa di ladroni che non solo lo beffeggiano, ma lo crocifiggono di nuovo con la benedizione del Vaticano, che per bocca del suo esimio segretario di Stato, ringrazia il governo per il ricorso che presenterà alla Corte di appello di Strasburgo.

Possiamo dire che c’è una nuova «Compagnia di Gesù» fatta di corrotti, di corruttori, di ladri, di evasori, di mafiosi, di alti prelati còrrei di blasfemìa e di indecenza, di atei opportunisti, di cultori di valori e radic(ch)i(o) cristiani … chi prepara la croce, chi le fune, chi i chiodi, chi le spine, chi l’aceto … e i sommi sacerdoti a fare spettacolo ad applaudire. Intanto sul «povero Cristo» di nome Stefano Cucchi, morto per mancanza di «nutrizione e idratazione», da nessuno è venuta una parola di condanna verso i colpevoli di omicidio, nemmeno dai monsignori che hanno gridato «assassino» al papà di Eluana Englaro.

Povero Cristo, difeso dai preti come suppellettile e raccoglitore di polvere nei luoghi pubblici e da tutti dimenticato come Uomo-Dio che accoglie tutti e dichiara che sono beati i poveri, i miti, coloro che piangono, i costruttori di pace, i perseguitati, gli affamati! Povero Cristo, difeso dagli adoratori del dio Po e di Odino che ne fanno un segno di civiltà, mentre lasciano morire di fame e di freddo poveri sventurati in cerca di uno scampolo di vita. Povero Cristo, difeso dalla “ministra” Gelmini che trasforma il Crocifisso in un pezzo di tradizione “de noantri”, esattamente come la pizza, il pecorino, i tortellini. Povero Cristo, difeso da Bertone che lo mette sullo stesso piano delle zucche traforate.

Povero Cristo! Gli tocca ringraziare la Corte di Strasburgo, l’unica che si sia alzata in piedi per difenderlo dagli insulti di chi fa finta di onorarlo. Signore, pietà!

Guardando a quel Cristo che è il senso della mia vita di uomo e di prete, ho la netta sensazione che dalla sua comoda posizione di inchiodato alla croce, dica: Beati voi, difensori d’ufficio… beati voi che ho i piedi inchiodati, perché se fossi libero, un calcio ben assestato non ve lo leverebbe nessuno.

(Paolo Farinella, prete, MicroMega, 06-11-2009)

(c) MicroMega

Ecco a voi il lodo Fini-Matteoli

•6 Novembre 2009 • Lascia un Commento

Il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, il governo s’è presentato alla Camera in formazione inedita: al completo. C’era da salvare il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, imputato a Livorno di favoreggiamento per aver avvertito nel 2004 (quand’era all’Ambiente) il prefetto dell’indagine e delle intercettazioni a suo carico per uno scandalo di abusi edilizi. E puntualmente Matteoli è stato salvato: 375 sì (Pdl, Lega e Udc) e 199 no (Idv e Pd). Motivo: il reato è “ministeriale” e il ministro è un perseguitato. Pazienza se, così votando, la Camera ha violato la legge e la Costituzione. Nel 2007 Montecitorio sollevò conflitto di attribuzioni alla Consulta contro i giudici che osavano processare Matteoli senz’autorizzazione. Autorizzazione peraltro non prevista dalla legge, visto che il Tribunale dei ministri si era già dichiarato incompetente perché il reato non era “ministeriale”. Così, in attesa della Consulta, il processo si fermò. E nel 2008 l’avvocato della Camera bloccò pure la Consulta nel giorno della decisione, preannunciando una ”modifica al quadro normativo vigente”. Quale? Il “lodo Consolo”: un ddl firmato da Giuseppe Consolo, deputato Pdl e avvocato di Matteoli (Ghedini docet), per condizionare tutti i processi ai ministri alla preventiva autorizzazione parlamentare. Il lodo non passò. Ma la Consulta lo anticipò con una strana sentenza (a maggioranza strettissima, col relatore De Siervo che rifiutava di scriverla): i giudici avevano commesso alcune “omissioni”, ma potevano riaprire il processo se le avessero sanate chiedendo l’ok della Camera. Ed ecco l’ultimo colpo di mano in giunta (28 luglio) e poi in aula (28 ottobre): il Pdl nega subito l’autorizzazione a procedere (che nessuno ha potuto chiedere), per il presunto “fumus persecutionis” ai danni del povero Matteoli e per la natura ministeriale del suo reato.

Ma la legge costituzionale 16.1.1989 n.1 parla chiaro: il Parlamento “può negare l’autorizzazione a procedere” solo se il ministro inquisito “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. Nessuna delle due ipotesi ricorreva nel caso Matteoli: salvo ammettere che il favoreggiamento rientra nell’”interesse pubblico”. Infatti Matteoli ha dovuto negare di averlo commesso e la Camera s’è associata. Ma spetta al tribunale accertare se il ministro – come dice l’accusa – chiamò il prefetto per avvertirlo delle indagini o – come sostiene lui – per parlare di incendi. E poi: come si fa a dichiarare “ministeriale” un reato che si ritiene inesistente? Si rischia di violare, oltre alla legge, anche la logica. Ma la Camera se n’è infischiata e ha emesso la sua sentenza. Si è sostituita ai giudici. E ha ripristinato per i ministri l’autorizzazione a procedere abolita nel 1993 per i parlamentari. Ciò che non è riuscito a Berlusconi è riuscito a Matteoli. Nulla da dichiarare, presidente Fini?

(Marco Travaglio, L’Espresso, 06-11-2009)

(c) L’Espresso